Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Chi sono i nuovi poveri censiti dall'Istat

Francesco Gottardi

A fianco degli immigrati e dei lavoratori del sud, che restano la quota prevalente anche nell'ultima analisi dell'Istituto di statistica, la crisi legata al Covid ha aggiunto nuovi elementi in questa prima rilevazione post pandemia. Un identikit

Il nuovo povero ha la faccia di un cittadino italiano nel fiore degli anni. Vive nelle aree metropolitane del nord, in un comune di periferia, probabilmente in una casa in affitto. Ha studiato poco, ma ha almeno la licenza media che gli permette di avere un lavoro dipendente o indipendente. Magari stabile, nel migliore dei casi, ma modesto e con incasso variabile: non basta per mantenere gli altri componenti della famiglia. Perché ci sono anche loro, e di altre entrate nemmeno l'ombra, salvo il minimo contributo del reddito di emergenza. Di persone come lui, che fino allo scoppio della pandemia riuscivano a sbarcare il lunario, ce ne sono più di un milione.

 

E' questa l'istantanea che si ricava dall'ultimo report Istat ( SCARICA PDF ) sulla povertà per il 2020. Le stime preliminari pubblicate a marzo non erano foriere di buone notizie. L'analisi aggiornata conferma: l'Italia non aveva mai registrato un numero così alto di indigenti da quando (2005) i dati vengono registrati sistematicamente: 2,2 milioni di famiglie (7,7 per cento del totale, erano il 6,4 nel 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (dal 7,7 al 9,4) vivono al di sotto della soglia della povertà. Di questi ultimi, l'anno della pandemia ne conta oltre un milione in più rispetto al 2019. Ma non è l'unica variazione da registrare per capire le conseguenze della crisi economica successiva all'emergenza sanitaria. Se nel complesso il dato più critico è al sud (lì una famiglia su dieci vive al di sotto della soglia della povertà, erano l'8,5 per cento), il peggioramento più significativo si è verificato proprio in quelle aree del nord-ovest (dal 5,8 per cento al 7,9) che coincidono con i drammatici numeri della prima ondata. Ne hanno fatto le spese i cittadini stranieri residenti: quasi uno su tre (dal 26,9 al 29,3 per cento) è in condizioni di povertà assoluta. Ma non sono stati risparmiati (dal 5,9 al 7,5) nemmeno gli italiani. Anzi: in proporzione, il tasso di crescita è più alto nel secondo caso quasi del triplo (21 contro 8 per cento).

 

L'unica voce consolatoria è il valore dell'intensità della povertà assoluta, che misura in termini percentuali "quanto poveri sono i poveri": è diminuita, a livello nazionale, dal 20,3 per cento al 18,7. Rispecchia il piccolo risultato raggiunto dagli ammortizzatori sociali predisposti dalle istituzioni, dall'estensione della Cassa integrazione al blocco dei licenziamenti, dal reddito di cittadinanza a quello di emergenza. Sia pure migliorabili, hanno consentito alle famiglie in gravi ristrettezze economiche di mantenere una spesa per consumi non così distante dalla soglia critica.

 

Spicca infine un dato aggregato, solo in apparenza spiazzante: la povertà relativa, che indica le famiglie con una spesa per consumi al di sotto di una soglia di povertà convenzionale, è diminuita di oltre un punto percentuale (dall'11,4 per cento del 2019 al 10,1). Questa dinamica si deve alla consistente diminuzione (-9 per cento) della spesa media mensile familiare per consumi registrata nel 2020, che ha abbassato la "linea della povertà" da 1094,95 a 1001,86 euro. Inoltre il calo della spesa non è stato omogeneo tra famiglie ricche e povere, dato che queste ultime hanno già consumi ridotti e difficilmente comprimibili (-2,7 per cento). Dunque ne deriva una variazione dell'incidenza di povertà relativa di segno opposto rispetto a quello della povertà assoluta: sul piano teorico alcune famiglie sembrano uscite dalle condizioni di estrema indigenza, ma nella sostanza la loro situazione economica non è cambiata. Se non peggiorata.

 

 

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