Dal Veneto agli Usa

Investire in ricerca e sviluppo, anche grazie a Industria 4.0. La storia esemplare del gruppo Pedrollo
2 GEN 21
Ultimo aggiornamento: 05:08
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“Esportiamo in 160 paesi e ora in quella lista gli Stati Uniti scalano 83 posizioni e diventano il nostro primo mercato di sbocco”. Giulio Pedrollo, che ci racconta di questa prospettiva americana con comprensibile soddisfazione, è l’amministratore delegato del gruppo di famiglia. Ci facciamo due chiacchiere su Zoom, per mettere bene a fuoco l’operazione chiusa pochi giorni fa con cui il gruppo veronese ha acquistato la Superior Pump consolidando la sua posizione di forza nel mercato mondiale delle elettropompe. Fin qui sarebbe solo una vicenda di successo aziendale, ma cade nell’anno più strano che abbiamo conosciuto e si intreccia con altri recenti accadimenti tutti con un posto già prenotato nei libri di storia. Perché, ci dice Pedrollo, il tentativo di sbarcare negli Usa è cominciato 30 anni fa. “Avevamo chiaramente interesse per quell’enorme mercato, ma l’export andava pianissimo, rallentato in tanti modi, soprattutto con barriere non tariffarie. La molla è scattata quando i consulenti di Translink Corporate Finance si sono presentati con una proposta dall’estero.
“Due anni fa – racconta Pedrollo – abbiamo detto di no a un grosso gruppo internazionale che intendeva acquistarci. In quel momento ci siamo dati una via obbligata, quella della crescita e abbiamo capito che era determinante per la sostenibilità stessa del nostro business. E questo avveniva mentre subivamo la pressione continua dei cinesi che hanno fatto di tutto per portare via la nostra identità, arrivando a copiare prodotti e marchi. Da quelle operazioni ci siamo sempre difesi con investimenti alti, ricerca, sviluppo e automazione esasperata, perché quello è l’unico modo per reggere la concorrenza lavorando in un paese con il cuneo fiscale così alto. Allora abbiamo detto agli stessi consulenti, che poi ci hanno accompagnato al completamento dell’acquisto, di trovare qualche azienda negli Stati Uniti per i nostri progetti di espansione”. Insomma, dopo un periodo di difesa dai cinesi Pedrollo è passato all’offensiva verso ovest e il salto degli Stati Uniti al primo posto tra i loro mercati dice tutto. Senza intaccare le competenze tecnologiche e la capacità produttiva della base italiana, perché, ci dice Pedrollo, “noi non nascondiamo che il nostro desiderio è continuare a produrre gran parte dei beni in Italia, ma il bene si trasforma in prodotto aggiungendo la parte fondamentale che noi italiani (o noi veneti, aggiunge con un po’ di ironia) non sappiamo bene articolare e che è la parte di servizio, per cui il bene realizzato in Italia, con l’aggiunta del servizio statunitense, si trasforma nell’offerta finale e nel prodotto sul mercato americano”. Ma, appunto, la storia si intreccia con questa vicenda anche perché lo sbarco negli Stati Uniti è arrivato proprio quando lì si strillava America First e si guardava con sospetto agli stranieri. “E’ vero, ma in realtà ci siamo inseriti in una tendenza che si sta affermando nel mondo e che vede tre grandi concentrazioni della produzione e degli scambi commerciali, con un’area americana, una europea e una cinese. E ora comunque negli Stati Uniti dobbiamo essere attenti e velocissimi nel recepire i cambiamenti di policy, perché finora (con le scelte di Trump, ndr) c’era la tendenza a esigere che la fabbricazione fosse il più possibile localizzata negli Stati Unit. Ora dobbiamo capire gli orientamenti di Joe Biden e valutare in che modo equilibrare i rapporti tra base italiana e azienda americana”.
Contano gli investimenti e la ricerca, chiaro, ma Pedrollo ci tiene, un po’ controcorrente rispetto alle continue lamentazioni sull’università italiana, a dire che la vera forza dell’Italia sono gli ingegneri. “Possiamo vantarne – ci dice con orgoglio, perché molti di loro li ha conosciuti facendo gli stessi corsi universitari – di una qualità umana e con competenze uniche al mondo e in una dinamica di mercato e di costo del lavoro molto ragionevole”. E’ il momento dell’espansione per tutti o ad altri consiglia prudenza? “Contano le dimensioni aziendali, ne ho viste tante implodere per tentativi avventati di crescita internazionale, alle piccole di associarsi, di muoversi in filiera, ma le medio-grandi devono assecondare questa tendenza verso la presenza nei mercati internazionali”. E poi, gli diciamo, ora ci sono tanti soldi, tanti capitali in cerca di rendimenti e quindi in cerca di imprese. “Non nascondo che questo è un periodo in cui c’è una certa effervescenza, anche verso di noi come gruppo, da questo punto di vista ci sono arrivate offerte anche in questi giorni e non mi sorprende che si provi ad allocare le risorse finanziare dove ci sono una strada e una strategia chiara. E’ un fattore naturale, noi non ne abbiamo bisogno in questa fase ma sottolineo in questa fase perché non possiamo sapere quanto genererà la nostra crescita”. Ma è anche vero che ora, mentre il mondo attraversa una crisi trasformativa, chi non prende posizione sui mercati non potrà cogliere il momento della ripresa e Pedrollo ci ricorda quanto sia stata utile Industria 4.0 per uscire dagli sviluppi della crisi finanziaria, dopo il 2011. “Si trattava di stanare imprenditori che si erano scottati e non intendevano più investire. Adesso invece si tratta di usare uno strumento come quello in modo nuovo, ma l’intuizione resta quella giusta, e lo è più che mai, perché mai come adesso serve sviluppo digitale dei processi produttivi, e in questo modo Industria 4.0, nella sua veste rinnovata, si adatta perfettamente alla strategia europea per la crescita”.