Rivoluzionare la rete

Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb, ci spiega come si colma il gap per connettere il paese
28 OTT 20
Ultimo aggiornamento: 09:13
Immagine di Rivoluzionare la rete

foto Ansa&nbsp;<br />&nbsp;

L’Italia, ancora più di altri paesi, ha bisogno di una grande trasformazione nel lavoro, nell’organizzazione delle imprese, nello studio, nel modo di pensare; e la pandemia lo ha confermato. Non è solo questione di risorse economiche o di infrastrutture, ma soprattutto di cultura, perché serve davvero una rivoluzione intellettuale per entrare in pieno nel nuovo mondo digitale. Rete unica, ibrida, convergente, fissa, mobile: una discussione futile se non si capisce che cosa si fa e come si utilizzano gli strumenti a disposizione. Concentrare la disputa sui mezzi anziché sul fine è peggio che inutile, è dannoso. Alberto Calcagno parla di “patente digitale”: possiamo costruire le migliori autostrade del mondo, moltiplicando le corsie, eppure resteranno vuote se non ci sarà chi è in grado di utilizzarle. Usando un’altra metafora, le infrastrutture sono le fondamenta, ma è importante sapere che tipo di palazzo costruirci sopra. E proprio questo è il punto debole del gran parlare che si fa in Italia.
L’amministratore delegato di Fastweb ha pubblicato un libro (“Get in the game, La sfida della crescita”, prefazione di Sergio Scalpelli e Oscar di Montigny, Mondadori) nel quale fonde il privato e il pubblico, racconta le proprie esperienze umane e professionali, delinea il suo modello di gestione in una impresa tecnologica, lui che non è un ingegnere né un tecnocrate: genovese (è nato a Voltri), ha studiato Economia politica alla Bocconi, si è fatto le ossa in banche d’affari ed è entrato in Fastweb nel 2000, quando era ancora una start-up, per occuparsi di finanza; ha preso in mano le redini dopo che l’azienda è stata acquisita da Swisscom e l’ha portata a superare un fatturato annuo di 2,2 miliardi di euro. Il manager è molto orgoglioso dei 28 trimestri consecutivi di crescita (e gli ultimi due in piena pandemia), mentre il mercato andava in senso contrario. Fastweb, la prima impresa a portare la fibra ottica in Italia, adesso vuole cimentarsi con i grandi fornitori di servizi, sì proprio con Google, Facebook, Amazon, Netflix, “gli apostoli del digitale”, senza mollare la propria infrastruttura. Sarà la più ambiziosa di tutte le sfide.
Ipersportivo, a 48 anni Calcagno scala montagne, corre, s’inerpica in mountain bike, si cimenta in prove terribili fin dal nome: Ironman, competizione di triathlon che prevede 3,86 chilometri di nuoto, 180,26 chilometri di bicicletta e 42,195 di corsa, da affrontarsi in successione. Il manager, in realtà, non ha nulla dell’uomo di ferro. Lo sport, che utilizza anche come filosofia di vita e di lavoro, “non coincide con la vittoria – spiega al Foglio – Se si taglia il traguardo per primi tanto meglio, ma quel che conta è la continua ricerca del proprio potenziale, è conoscere il limite e, allenandosi, spostarlo in avanti”. Fastweb ha come testimonial il velocista Filippo Tortu il primo ad aver battuto il vecchio record di Pietro Mennea sui 100 metri. Il motto di IBM è sempre stato “I Think”, Apple scelse “Think different”, quello di Fastweb è “I Run”? Calcagno ci pensa un attimo poi risponde: “Forse direi ‘I Act’. Quel che importa è agire, fare. E’ qui, del resto, l’essenza dello spirito imprenditoriale. Ma fare non significa eseguire, al contrario implica responsabilità a ogni livello: dando fiducia, distribuendo le capacità decisionali, le performance accelerano. E’ questa la mia visione manageriale”.
L’altra virtù sulla quale Calcagno insiste molto è il coraggio: “Tutti ne possediamo una dose e lo dimostriamo anche nella vita quotidiana, ma anch’esso è un muscolo che si può allenare per raggiungere diversi livelli di forma”. Di nuovo, una propensione a mettere sempre in discussione se stessi. E’ questo che comunica ai suoi tremila dipendenti? “Sì, il coraggio, la sfida e l’ambizione. Ambire in latino significa andare intorno ed esprime una relazione profonda con il movimento. Ambizione per me non ha nessuna accezione negativa, è la voglia di migliorare. La crescita, sia aziendale sia personale, è la conseguenza, quasi matematica, della presenza di ambizione, esecuzione e propensione al cambiamento”. La pandemia ha valorizzato questa impostazione, accelerando il passaggio dell’azienda da una dimensione materiale a una organizzazione digitale.
Nel suo libro Calcagno racconta quando ha appreso che il Covid-19 si stava diffondendo e come ha reagito. Era il 21 febbraio e si trovava in montagna al Sestriere sul sentiero intitolato al maratoneta Gelindo Bordin, campione olimpico a Seul nel 1988, quando venne raggiunto da una telefonata. “Immediatamente realizzo che migliaia di chilometri sono stati annullati in un secondo, il nemico ha risalito velocemente la via carovaniera della seta, non viaggiando su uno scomodo carro ma attraverso alcuni dei più desiderati mezzi di trasporto, quello vitale del respiro e quello emotivo di un abbraccio tra persone che si vogliono bene”, scrive.
L’intera intelaiatura aziendale viene rivista, comincia il lavoro a distanza che, in realtà, ridurrà le distanze. Non è un gioco di parole. Viene stabilito un continuo rapporto con ogni singolo lavoratore; ciò aumenta la fiducia reciproca e la responsabilità, accorcia ogni separazione non fisica, ma psicologica. “Si discute sulle cose da fare – racconta Calcagno – Ma nell’appuntamento del venerdì si parla anche del fine settimana, del tempo libero”. La tecnologia digitale, del resto, assottiglia la barriera del tempo e riduce la storica separazione fra tempo di vita e tempo di lavoro. Lo smart working non è “infiocchettare un computer per ciascuno e fare le stesse cose da lontano”, spiega il manager, è una organizzazione sempre più orizzontale, che non scende più dal vertice alla base, ed esalta la relazione personale. “Si tratta di adottare un modello che ha poco a che fare con i device tecnologici; si basa piuttosto sull’intensità delle connessioni tra le persone, one-to-one. Molti lavoratori in questo periodo non hanno sofferto per un particolare modello di computer o per una connessione Internet lenta, ma perché è mancata la libertà di decidere autonomamente, senza alcuna forma di controllo da parte dei responsabili che non fosse la performance aziendale nel suo complesso”.
Nella scuola le resistenze alla trasformazione digitale sono molto forti anche da parte del corpo docente. Una mal concepita critica al predominio della tecnologia nasconde l’incapacità di cambiare non solo la forma, ma anche i contenuti dell’insegnamento. “Ecco perché insisto sulla rivoluzione culturale. E’ questa le vera priorità. Ci sono in Italia 20 mila strutture scolastiche dove arriva una rete efficiente, ma non sono collegate per una quantità di ragioni che rimandano a una sostanziale carenza di cultura digitale”, sottolinea Calcagno ricordando l’esperienza della Fastweb Digital Academy nata in sordina a Milano e in cinque anni estesa a 20 città. Sono stati rilasciati cinquemila certificati di vario livello, il 30 per cento degli studenti ha trovato un’occupazione, un altro 20 per cento ha avuto un colloquio di lavoro. “Se lavoriamo sulla alfabetizzazione digitale, le opportunità arrivano. Occorre riqualificare una forza lavoro che finora è stata analogica; la scuola è la culla del digitale, quindi bisogna ripensare la formazione a tutti i livelli, compresa l’università”. Vasto programma.
“Certo è più facile e redditizio per un politico andare in giro a promettere chilometri di cavi”, commenta Calcagno il quale ricorre a un’immagine montanara: “Possiamo anche portare la connessione ultra veloce in cima al rifugio Quintino Sella, ma per quale scopo? Solo per consentire al guardiano di guardarsi un film, o anche per lavorare, programmare, interagire, lassù tra le nuvole in uno dei luoghi più belli del mondo?”. Non è un sogno. Si può realizzare utilizzando la combinazione più efficace tra la rete fissa e quella mobile, tra la fibra ottica e quella in rame, tra le frequenze radio e lo standard di quinta generazione, il 5G. Quel che conta, però, è il contenuto più che il contenitore. Ciò vuol dire che il balzo per superare il gap italiano non viene dalla rete unica sulla quale tanto ci si accapiglia? “La rete unica non c’è – risponde Calcagno – esistono già tre reti fisse e cinque mobili e queste resteranno anche in futuro. Ci sarà piuttosto una rete convergente”.
Fibercop, la società nella quale Tim scorpora la rete secondaria (quella che collega gli “armadi” alle case) oggi in rame da convertirsi poi in fibra, è il calcio di inizio di una nuova partita o cambia già le regole del gioco? Ricordiamo che Fastweb ha il 4,5 per cento, il fondo americano Kkr Infrastructure il 37,5 per cento e Tim il 58 per cento. “E’ uno straordinario progetto industriale, insisto su questo concetto per me fondamentale. La nuova società rappresenta una estensione del progetto Flash Fiber che abbiamo già sviluppato con Tim per connettere 29 città. Ora si tratta di collegare il 60 per cento dell’Italia con la fibra ottica e potremo farlo molto più rapidamente. Dunque, di per sé consente un grande salto in avanti anche nelle aree grigie e nere. La nostra ambizione come Fastweb è coprire anche le aree bianche con la tecnologia Fwa, cioè un misto di fisso e mobile con i dati che viaggiano su onde radio”.
Il secondo passo sarà l’integrazione con Open Fiber? La società controllata da Enel e dalla Cassa depositi e prestiti è in stand-by. C’è una offerta del fondo australiano Macquerie per la quota dell’Enel, pari a 2,6 miliardi di euro, ma Francesco Starace, amministratore delegato dell’azienda elettrica controllata dallo stato, attende. Non solo, una rete unica nella quale Tim abbia un ruolo predominante incontra l’obiezione della commissaria europea per la concorrenza, Margrethe Vestager, che teme il ritorno a posizioni monopolistiche. Calcagno sottolinea che, nel caso si realizzasse, Cdp sarebbe l’azionista di riferimento e questo rappresenta una garanzia, anche dal punto di vista della apertura della rete a tutti i soggetti salvaguardando la competizione. “Le autorità poi faranno il loro lavoro”. Allora non è il cavallo di Troia per una nuova nazionalizzazione? “La nazionalizzazione mi sembra uno slogan – replica Calcagno -– Quel che conta è, ancora una volta, il progetto industriale”. Stiamo parlando di un futuro prossimo venturo; non c’è nessuna garanzia che venga compiuto il grande passo, né quando né come. Fibercop però esiste, sottolinea l’amministratore delegato di Fastweb, non ha bisogno di autorizzazioni europee e sarà operativa non appena avrà ottenuto il via libera dell’Agcom, entro il primo trimestre del prossimo anno.
La rete in fibra verrà realizzata sulla base del coinvestimento aperto all’ingresso di tutti gli altri operatori. Coinvestimento è il concetto chiave anche per il rapporto con Open Fiber. Ma non c’è il rischio che tutta questa complessa e costosa costruzione sia resa obsoleta dall’arrivo del 5G? Sarà molto più semplice collegarsi direttamente via etere nel momento in cui si potrà avere un gigabyte sul telefonino. “La rete fissa, la rete primaria, non sarà mai obsoleta – spiega Calcagno – Tutta la querelle riguarda il cosiddetto ultimo miglio, cioè il collegamento diretto dalle centraline alle abitazioni. E qui avremo l’integrazione delle reti. Il fisso in casa o in ufficio, il mobile ovunque, con una connessione ad alta velocità, con una banda ultralarga. Agli utenti interessa comunicare in modo efficiente, non importa con quale tecnologia si raggiunge questo obiettivo. In Italia le infrastrutture si stanno ampliando e migliorano giorno dopo giorno, arriveremo a una rete delle reti, ma attenti a non scambiare il mezzo con il fine”.
Torniamo così al punto dal quale siamo partiti. Fastweb è passata velocemente dal predominio dell’offerta al primato della domanda. “Ci siamo concentrati sempre più sui clienti – sottolinea l’amministratore delegato – Il nostro compito oggi è fornire loro servizi sofisticati, di alta qualità. Per troppo tempo abbiamo lasciato lo spazio migliore, più bello e anche più redditizio, agli Over the top; è arrivato il momento di cambiare rotta. Vogliamo competere con loro, continuando a offrire anche la nostra rete. Dovremo diventare insomma un Ott infrastrutturato”. Un modello duale, un arduo cimento; ormai lo sappiamo, lo sportivissimo Calcagno ama le sfide. Testare se stessi e spostare sempre in avanti la frontiera è il suo mantra, tuttavia non basta partecipare: per Ironman ci si può accontentare dello spirito olimpico, per Fastweb non è sufficiente.