Wall Street macina record ma si allontana da Main Street

Ugo Bertone

In America la Borsa sale del 50 per cento da marzo. A beneficiarne sono i Big Five, mentre l’economia tradizionale soffre ancora

Milano. Ristoranti vuoti, cinema e parchi tematici chiusi o disertati dal pubblico impaurito. E che dire delle banche? Perfino Warren Buffett e i più aggressivi gestori hanno pagato a caro prezzo la crisi dell’America che lavora, sostenuta solo dai sussidi. Sembra la cornice ideale per la Grande Recessione. Ma Wall Street, al contrario, non se n’è accorta. Anzi, fa festa perché l’indice S&P 500, il più rappresentativo, è tornato a macinare record storici, alla pari di quel che da mesi fa il Nasdaq, incurante del rischio bolla. E gli effetti della pandemia sul business, che pure continua a mietere vittime negli States si sentono sempre di meno. Le paure di primavera rappresentano ormai solo un ricordo: dai minimi di marzo la Borsa è salita del 50 per cento abbondante, anche per il contributo dei piccoli speculatori che, a decine di migliaia, si strappano di mano i titoli Tesla o, ultima moda, le azioni delle biotech alla caccia di un vaccino anti Covid. Come Novavax, che in questi mesi ha messo a segno un rialzo del 3.583 per cento, più di trenta volte l’investimento iniziale. Mai si è così allargata la forbice tra Wall Street e Main Street, alle prese con la disoccupazione ai massimi da quasi un secolo (al punto che gli economisti esultano quanto le richieste di sussidi scendono sotto il milione di unità).

   

Come spiegare questa situazione paradossale? “La Borsa non è lo specchio della nostra economia – dice un gestore hedge, Brad Neuman, sul Financial Times – nel listino azionario contano troppo poco grandi magazzini, compagnie aeree o gli alberghi, cioè i settori che stanno soffrendo di più”. Vero, ma mai come stavolta anche i ricchi a modo loro piangono. Ad esempio, l’indice delle banche quotate al Nasdaq, le più aggressive e sofisticate, ha perso un terzo del valore da inizio anno, colpendo anche gli hedge fund più esclusivi. Persino Warren Buffett ha dovuto metter mano al portafoglio per sanare le perdite, salvo poi rifugiarsi nell’oro. Ma chi guadagna, allora? I profitti sono concentrati in un pugno di titoli, in particolare le Big Five: Amazon, Apple, Facebook, Microsoft e Alphabet. Queste cinque società valgono ormai più del 20 per cento del mercato azionario americano. Apple da sola, cresciuta del 60 per cento in questi mesi, vale oltre duemila miliardi di dollari, più della somma di Piazza Affari più la Borsa francese e quella di Francoforte. E le gesta dei nuovi tycoon, a conferma del loro prestigio, riempiono le cronache. Sarà uno di loro a riportare un uomo sulla luna o forse su Marte, come si ripromettono Elon Musk e Jeff Bezos. Tanta opulenza contrasta con lo stato generale della stessa Wall Street: solo quattro titoli su dieci vantano quotazioni più alte di marzo, quando il Covid-19 ha accelerato il predominio dei campioni del digitale sul resto dell’economia. I prezzi delle azioni, in media sono sotto del 7 per cento, a conferma che l’economia reale continua a soffrire, nonostante i sostegni elargiti dai governi che pure hanno permesso di sostenere gli equilibri del mercato. L’intervento delle banche centrali e della mano pubblica è stato decisivo per la tenuta dei listini. Ma non erano in molti a pensare che una parte dei sostegni al reddito delle famiglie finisse per alimentare gli acquisti in borsa. Oppure che i nuovi azionisti decidessero di stare alla larga dai campioni dalla fama più consolidata, Coca-Cola o McDonald’s ad esempio, per correre dietro ai nuovi campioni del digitale. Il rally insomma ha incoronato una nuova classe di ricchi accompagnata da una folta schiera di seguaci.

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