cerca

Quattro idee facili per non buttare nel cestino il piano Colao

Pubblica amministrazione, istruzione, reti, imprese. Sbloccare l’Italia seguendo l’esempio virtuoso dei nostri distretti

28 Giugno 2020 alle 06:00

Quattro idee facili per non buttare nel cestino il piano Colao

Coronavirus, Manifestazione di protesta dei ristoratori a Roma, il 16 maggio 2020 (LaPresse)

Nel 2019, prima del coronavirus, l’Italia aveva realizzato un saldo commerciale manifatturiero attivo con l’estero su livelli record, pari a 104,2 miliardi di euro (dati Istat). Pochi sanno che a questo formidabile surplus (che ci pone ai vertici mondiali dietro solo a Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud) contribuiscono prevalentemente una quindicina di province. Infatti, lo scorso anno le prime 15 province italiane per attivo con l’estero nei prodotti manifatturieri hanno fatto registrare da sole un subtotale attivo di 90,4 miliardi, pari all’87 per cento circa del totale nazionale.

   

La tabella in basso mostra queste prime 15 province superstar (tra le quali non compaiono alcune realtà rilevanti del nostro export, in primis Milano, che presentano però anche ingenti importazioni commerciali). Per un confronto storico sugli ultimi 20 anni sono riportati, oltre che i surplus realizzati nel 2019, anche quelli del 1999 e del 2009. Dieci province compaiono costantemente nella graduatoria delle top 15 in tutti i tre anni considerati: Vicenza, Firenze, Brescia, Modena, Bologna, Treviso, Bergamo, Reggio nell’Emilia, Cuneo e Udine.

  

Vicenza, anche aiutata dal suo surplus orafo-gioielliero (che molto pesa in valore con 1,2 miliardi nel 2019), risulta sempre al primo posto. In realtà, escludendo l’oreficeria-gioielleria, Vicenza nel 2019 sarebbe superata da Firenze. Quest’ultima, e ciò forse potrebbe sorprendere molti, dunque non è più solo una città e provincia d’arte ma si è imposta con gli anni anche come provincia manifatturiera leader con un surplus con l’estero diventato sempre più importante grazie a cuoio, pelletteria, calzature, abbigliamento, maglieria, vini ma non solo, abbracciando Firenze anche meccanica, farmaceutica e cosmetica.

   

Brescia e Modena sono rimaste nell’ultimo ventennio costantemente nei primi 5 posti della graduatoria, mentre Bergamo e Reggio nell’Emilia nei primi 10 posti. Bologna con le sue leadership meccaniche (tra cui le macchine per imballaggio) è salita dal nono posto del 1999 al settimo posto del 2009 fino al quinto posto del 2019. Treviso è scesa dal secondo posto del 1999 al sesto posto del 2019 ma rimane un pilastro del nostro interscambio commerciale, mentre Cuneo è sempre stata tra le province top 15 grazie soprattutto alla sua importante specializzazione nell’agro-alimentare e nei vini.

   

Le novità della classifica degli ultimi anni riguardano la crescente ma per certi aspetti un po’ anomala presenza di province trainate dalle raffinerie (Siracusa, Cagliari), i cui surplus non tengono conto del corrispondente import di materie prime petrolifere, e l’ascesa in graduatoria di Arezzo, anche in questo caso per il preponderante ed anomalo peso dell’oreficeria-gioielleria (2 miliardi di euro di surplus con l’estero su un totale di 4,7). Sicché la novità più sostanziale è soprattutto Chieti che, principalmente con i mezzi di trasporto commerciali, è entrata in graduatoria salendo al dodicesimo posto lo scorso anno.

   

E’ evidente che le conseguenze della pandemia del Covid-19 peseranno molto nel 2020 su queste nostre straordinarie province esportatrici. Che tuttavia erano leader europee e mondiali in molti settori prima del coronavirus e leader resteranno, pronte a ripartire non appena il commercio internazionale ricomincerà ad ingranare la marcia. E’ altrettanto evidente che gli ammortizzatori sociali e alcune misure temporanee di contenimento dell’emergenza e di assicurazione della necessaria liquidità alle imprese sono imprescindibili in questo momento, sia per queste nostre grandi realtà esportatrici territoriali sia per altri settori-pilastro della nostra economia, come il turismo.

   

Tuttavia, l’azione della politica e di governo non può limitarsi ad interventi solo assistenziali ed emergenziali. Il cambiamento di filosofia e delle politiche europee (con i “corridoi” di finanziamento aperti per superare la crisi) e il nuovo contesto post-coronavirus impongono all’Italia di varare una strategia su almeno quattro direttrici chiave: 1) infrastrutture-reti (dalle opere pubbliche a sanità, scuola e digitalizzazione, energia e ambiente); 2) ammodernamento della Pubblica Amministrazione; 3) istruzione-scienza-tecnologia; 4) politiche trasversali per le imprese. Riguardo a queste ultime sia nel Piano Colao sia nel Patto per l’export recentemente presentato dal Governo si individuano degli interventi importanti che è augurabile si traducano presto in azioni concrete.

   

Il Piano Colao in particolare tocca tre punti fondamentali che possono contribuire a rafforzare il nostro sistema imprenditoriale e quello delle nostre grandi piattaforme esportatrici territoriali. Il primo punto è l’irrobustimento patrimoniale delle nostre imprese, con incentivi alla loro capitalizzazione; il secondo punto è l’attrazione degli investimenti stranieri (oltre che nazionali), anche con la semplificazione della giungla tipicamente italiana del diritto civile e la riduzione dell’aleatorietà giudiziaria che li può disincentivare; il terzo punto è il rilancio su vasta scala delle politiche per gli investimenti tecnologici e a favore della proprietà intellettuale che assai bene avevano funzionato nel triennio 2015-17 contribuendo a rendere le nostre imprese esportatrici più competitive sui mercati mondiali.

  

Sul primo punto il piano Colao è molto chiaro e condivisibile. Lo citiamo testualmente. L’ACE ha avuto in passato un impatto positivo sulla ricapitalizzazione ed ha contribuito a ridurre la distorsione fiscale tra il costo dell’equity (non deducibile fiscalmente) e quello del debito (deducibile fiscalmente). Nel 2016 quando il beneficio venne elevato al 4,75 per cento, il 56 per cento delle imprese aveva aumentato il capitale di rischio rispetto al 2012 (fonte Banca d’Italia). Nel 2020 l’ACE è stata reintrodotta, ma con un rendimento piuttosto ridotto dell’1,3 per cento, dunque va resa nuovamente più attrattiva. Per le imprese che investono in tecnologie green, invece, al fine di privilegiare la copertura dei relativi fabbisogni finanziari con mezzi propri, sarebbe utile introdurre una Super-ACE rafforzando ulteriormente la percentuale di deduzione, per tenere conto del maggior rischio inerente ai cambiamenti tecnologici e del minore ritorno degli investimenti che si associa però alla mitigazione delle diseconomie esterne sull’ambiente. Vanno inoltre semplificate le procedure per gli aumenti di capitale, incentivati i fondi di turnaround di imprese in difficoltà (anche con partnership pubblico-privato) e introdotti meccanismi per canalizzare positivamente parte dell’importante risparmio privato italiano a finanziare non solo le realtà quotate ma anche le Pmi non quotate (come già indicato per i Pir alternativi nel Decreto rilancio) e le Start-up innovative.

  

Sul secondo punto è fondamentale la riproposizione e la semplificazione di sistemi di tax control framework anche attraverso l’estensione del dialogo preventivo con l’amministrazione finanziaria. Introdurre la non applicabilità delle sanzioni amministrative e penali per le società (italiane ed estere identificate in Italia) che siano in regime di cooperative compliance o implementino un modello di presidio del rischio fiscale (Tax Control Framework) o segnalino e documentino adeguatamente operazioni caratterizzate da un rischio di natura fiscale.

  

Sul terzo punto occorre incentivare l’innovazione tecnologica delle imprese con l’immediato ripristino e il potenziamento delle misure previste da Industry 4.0 prevedendo una durata pluriennale degli incentivi (5 anni). Inoltre, aumentare i limiti per gli investimenti previsti per i crediti R&D, ampliare il regime del patent box a ulteriori beni immateriali e incrementare il beneficio previsto (anche ai fini del re-shoring ad alto valore aggiunto).

  

In conclusione: il piano Colao contiene diversi suggerimenti preziosi e non solo a favore delle imprese (forse gli manca solo una quick installation guide). Ma rischia di diventare inutile se la politica non si degna di leggerlo con la dovuta attenzione, di privilegiarne alcune parti e di attuarne velocemente almeno una significativa selezione.

Marco Fortis

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi