Perché la fase 3 non può funzionare senza usare subito i soldi del Mes

Luciano Capone

Conte offre un patto alle opposizioni, ma senza trovare nella maggioranza la quadra sui fondi la ripresa sarà dura

Roma. Nel governo si allarga, lentamente ma con sempre maggiore consapevolezza, il fronte pro Mes. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che in Europa ha trattato le condizioni vantaggiose del Pandemic crisis support (la nuova linea di credito sanitaria), non ha mai escluso di ricorrere al Fondo salva stati: “Valuteremo tutti gli strumenti disponibili, anche il Mes”, ha dichiarato recentemente. Sul lato opposto della barricata c’è il M5s con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su una posizione di netta contrarietà: “Il Mes non è un’opzione”. In mezzo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che inizialmente aveva chiesto di fondare la risposta europea contro il Covid proprio su un Mes incondizionato e successivamente – adeguandosi alla linea di Vito Crimi – si è spostato sul no, ma lasciando aperto uno spiraglio. Ieri, nella conferenza stampa in cui ha parlato del piano di rilancio dell’Italia, Conte non ha escluso il ricorso al Mes: “Quando avremo tutti i regolamenti li porterò in Parlamento e decideremo”, ha detto Conte.

 

 

A spostare gli equilibri nell’esecutivo c’è ora la nuova posizione del ministro della Salute Roberto Speranza, esponente di un partito come Leu finora ostile al Fondo salva stati. Ieri il Sole 24 Ore ha descritto un piano sanitario da 20 miliardi a cui sta lavorando Speranza, da finanziare proprio attraverso il Mes, che poggia su due pilastri: 10 miliardi per la costruzione di nuove strutture ospedaliere e altri 10 miliardi per potenziare la rete di cura e assistenza sul territorio. I 20 miliardi totali sono meno dei 36 richiedibili al Mes, che possono essere usati anche per spese “indirette” di cura e prevenzione (ad esempio spesa assistenziale per malattia o per sicurezza sul lavoro).  

 

 

Nella maggioranza di governo il fronte pro Mes è quindi sempre più ampio e convinto, e include Pd, Leu e Italia viva, che ha elaborato un piano analogo a quello di Speranza che però punta a utilizzare tutto lo spazio finanziario disponibile del Pandemic crisis support: 10 miliardi per gli ospedali e il personale sanitario, 10 miliardi per l’assistenza territoriale, 2 miliardi per la digitalizzazione, 5 miliardi per la ricerca e 8 miliardi per le imprese e i trasporti.

 

Si tratta in gran parte di spese che lo stato dovrà comunque sostenere e che, per quanto le aste del debito pubblico vadano bene (ieri le richieste degli investitori per il decennale hanno superato i 100 miliardi di euro su un’emissione da 14 miliardi) anche grazie ai nuovi accordi europei, con il Mes costerebbero molto meno. La convenienza del Pandemic crisis support è stata spiegata proprio ieri, in un post sul blog del Meccanismo europeo di stabilità, in cui il chief financial officer del Mes Kalin Anev Janse ha snocciolato un po’ di dati. In sintesi, l’Italia potrebbe finanziarsi a tasso quasi zero o addirittura negativo, risparmiando così fino a 6 miliardi di euro in 10 anni (600 milioni ogni anno). Attualmente il Mes si finanzia a -0,21 per cento (a 7 anni) e a -0,05 per cento (a 10 anni), a cui va aggiunto un margine dello 0,1 per cento (con uno sconto annuo dello 0,25 per cento rispetto alla normale linea di credito rafforzata del Mes) e una commissione una tantum dello 0,25 per cento (la metà rispetto alla tradizionale linea di credito Eccl). Il tasso finale è dello 0,08 per cento a 10 anni e addirittura di -0,07 per cento a 7 anni: “I paesi pagheranno tassi negativi, in altre parole riceverai i soldi indietro – dice Kalin Anev Janse –. Questo è ciò che rende il Pandemic crisis support molto attraente”.

 

In particolare per i paesi dell’Eurozona che sul mercato pagano interessi più alti. Ovviamente non sono la Germania, l’Olanda e la Francia, che hanno tassi ancora più negativi rispetto al Mes, e che con la loro garanzia assicurano gli altri paesi più in difficoltà. Ma altri 11 paesi che arrivano a pagare fino a circa 200 punti base in più rispetto al tasso agevolato applicato dal Fondo salva stati. Tra questi c’è ovviamente l’Italia, che paga i rendimenti più alti dell’area euro dopo la Grecia (1,97 per cento Atene e 1,64 Roma sul decennale) e il doppio rispetto a Portogallo e Spagna (0,82 per cento Lisbona e 0,69 Madrid). Complessivamente, questo gruppo di 11 paesi può pagare in media circa 720 milioni in meno ogni 10 miliardi. Ma solo l’Italia, dato lo spread più elevato e la somma più grande che può prendere a prestito (il 2 per cento del pil, circa 36 miliardi), può risparmiare circa 6 miliardi in 10 anni. Questa è la solidarietà europea tanto invocata. Nel governo c’è chi si rende conto che non ha senso farne a meno, chiedendo di pagare la differenza ai cittadini italiani.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali