Il virus non è nelle fabbriche. Ma Afo 2 si è spento

Annarita Digiorgio

La chiusura dell'altoforno, con annessa ultima colata per acciaieria 1, è stato il prezzo da pagare per tenere il resto di Ilva aperta durante il lockdown

Non ci è riuscita la magistratura, la stessa che ad altra latitudine voleva indagare Mittal per attentato all’economia della nazione in caso di spegnimento, non ci è riuscito Michele Emilano e il suo dirigente ambiente che ne è custode giudiziario, ci è riuscito il Covid. E chissà se adesso qualche procura vorrà imputare il virus per questo.

 

Nel frattempo il Tar di Lecce ha sospeso l’ordinanza di spegnimento degli impianti firmata in piena emergenza Covid dal sindaco di Taranto. Mentre oggi Ilva è l’unica fabbrica del sud Italia in cui vengono effettuati, grazie ad un accordo interno con i sindacati aziendali, test sierologici a spese dell’azienda.

  

Lo spegnimento di Afo2, con annessa ultima colata per acciaieria 1, è stato il prezzo da pagare per tenere il resto di Ilva aperta durante il lockdown, sotto la famosa lettera g dell’allegato all’elenco dei codici ateco, quello che prevedeva continuità produttiva per le fabbriche a ciclo continuo, salvo verifica della sicurezza da parte dei prefetti. E cosi il prefetto di Taranto, pur sollecitato in direzione opposta dai sindaci della provincia, ha deciso che la fabbrica potesse restare al minimo della produzione con a lavoro poco più delle comandate cosiddette allargate.

 

Da un mese il personale sugli impianti di Taranto è di circa 3300 unità, il resto tutti in cassa integrazione. La produzione è ferma al minimo storico di 7.500 tonnellate al giorno.

 

E mentre gli altoforni 1 e 4 sono al minimo tecnico per conservare l’integrità dell’impianto, Afo 2 ha dovuto chiudere, come sottoscritto dal custode giudiziario dell’area a caldo e dirigente regionale Barbara Valenzano, che è andata personalmente in fabbrica a controllare il rispetto delle norme Covid e l’utilizzo dei dispositivi di protezione personale, quando a Taranto gli unici focolai che continuano a scoppiare sono quelli ospedalieri, senza che lo Spesal abbia mai effettuato un controllo in un ospedale.

 

Eppure per lungo tempo gli unici a Taranto ad avere mascherine a disposizione sono stati proprio i dipendenti Ilva, a cui, con un accordo rivoluzionario, è stato consentito persino di poter portare i dpi fuori dalla fabbrica. Esattamente come oggi sono gli unici ad effettuare i test sierologici.

  

Fino al 4 aprile il prefetto aveva imposto la continuità produttiva per il mantenimento degli impianti, ma vietato la commercializzazione, come se fosse il giusto profitto della vendita a diffondere il contagio.

 

Nonostante questo sin dall’inizio le istituzioni locali hanno gufato affinché qualcosa accadesse nella fabbrica per chiederne, come hanno fatto dal primo giorno della pandemia, la chiusura.

 

E invece in Ilva il virus non è entrato, solo quattro i casi totali rilevati, asintomatici, e subito bloccati.

 

Eppure la locale Asl, che mai ha specificato la sede di lavoro di nessuno dei contagiati finora a Taranto (dipendenti di ospedali, cliniche private, marina militare, questura, vigili del fuoco, poste, Leonardo), l’unico comunicato con tale indicazione riguardava proprio la positività dei dipendenti Ilva. Perché molti in città si aspettavano scoppiasse il caso, che per fortuna non è scoppiato.

 

Ma questo non ha impedito al sindaco di Taranto chiedere chiusura della fabbrica per Covid, mentre non si è espresso su nessuna delle altre aziende con casi positivi, né quella comunale del trasporto pubblico, né per i decessi avvenuti per contagio all’interno degli ospedali del territorio.

  

Non riuscendoci con il Covid, in piena emergenza il Sindaco ha emanato una ordinanza contingibile e urgente che chiede a Ilva di individuare gli impianti interessati da fenomeni emissivi, e in caso di mancata ottemperanza di procedere a chiusura.

 

Ovviamente l’atto è stato impugnato dinanzi al Tar di Lecce sia dal gestore Mittal che dal proprietario Ilva in Amministrazione Straordinaria (nella figura dei tre commissari): le emissioni (odorigene) non provengono da Ilva (come da anni tutti i tarantini sanno. e tutte le analisi arpa hanno dimostrato, provengono dai vicini impianti oil), oltre a un difetto di competenza non essendo il Sindaco legittimato a potere di vigilanza su Aia. Autorizzazione Integrata Ambientale che ovviamente non verrebbe mai rispettata qualora si spegnesse Ilva, e porterebbe la fabbrica ad inquinare molto più di oggi che tenuta in perdita dal 2012 ha riportato tutti i valori ambientali di Taranto ben al di sotto dei limiti europei di legge e con molti meno sforamenti della pianura padana.

  

Anche il Tar di Lecce nella sentenza scrive che ISPRA (in collaborazione con ARPA-Puglia) ha effettuato sopralluoghi e verifiche, dalla quale si evince che non risulterebbero nel periodo di riferimento superamenti dei parametri di emissioni contenuti nelle prescrizioni AIA.

  

Parallelamente anche dal punto di vista sanitario, stante che i registri tumori, come le statistiche allarmanti spesso citate, ancora fanno riferimento a un periodo pre 2012, quindi con Ilva che produceva 4 volte più di oggi, la situazione non è cosi allarmante come spesso viene descritta con un principio di correlazione inscritto nel paradosso di Nicolas Cage, e quindi mai comprovato con nesso di causalità.

 

Non a caso nella sentenza con cui il Tar di Lecce ha accolto l’istanza cautelare presentata da Ilva, ha chiesto al Ministero dell’Ambiente di comunicare se la nuova istanza di riesame aia in corso è corroborata da una valutazione del danno sanitario. Documento che, come il Foglio aveva sollevato, era in ritardo nella consegna da parte degli enti incaricati dal Ministero alla redazione, ovvero Arpa, asl e Aress Puglia. Presentata il 30 dicembre 2019 l’ultima valutazione del danno sanitario in funzione predittiva attesta che ad aia completata per uno scenario emissivo collegato a una produzione di 6 milioni di tonnellate annue, il risk assessment è inferiore al rischio accettabile ovvero di uno per diecimila abitanti. Ma Ilva oggi non arriva neanche a 4 milioni di tonnellate l’anno.

   

Il Tar di Lecce ha dato 90 giorni di tempo al ministero dell’Ambiente per fornire questi documenti, e rinviato il prosieguo nel merito del procedimento alla camera di Consiglio fissata per il 7 ottobre 2020.

   

Il tutto mentre pende ancora al Tar del Lazio il ricorso di regione Puglia proprio contro il piano ambientale, che se accolto rappresenta da contratto Mittal-governo l’unico motivo (inserito dall’allora ministro Di Maio) a legittimarne la rescissione.

   

Non fanno segreto gli enti locali, affiancati dalla locale Confindustria, di essere passati da una iniziale vicinanza alla famiglia Mittal, con ampia galleria fotografica, alla più stretta collaborazione con la amministratrice Morselli simbolo del “nuovo paradigma” come ebbe a dire lo stesso Emiliano: quello di quando, come chiesto per Banca popolare di Bari, gli enti locali entreranno nel cda dell’azienda. Formalmente hanno già chiesto al Governo di sostituire i commissari dell’amministrazione straordinaria con riferimenti del territorio, e la chiusura dell’area a caldo.

 

Il che vorrebbe dire, dopo lo spegnimento avvenuto nelle scorse settimane dell’ultimo altoforno della ferriera di Servola, l’abbandono definitivo per l’Italia dell’acciaio integrale, e quindi la totale dipendenza economica da chi riesce a farlo e venderlo lontano da tribunali e interessi locali.

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