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Difendere la filiera della vita. Come sarà l'agricoltura del post coronavirus?

L'agroalimentare ha mostrato la sua capacità di resistere davanti alla crisi. Ma ora occorre pensare al futuro. La ricetta di Matteo Renzi che apre al confronto con le opposizioni

16 Aprile 2020 alle 16:26

Difendere la filiera della vita. Come sarà l'agricoltura del post coronavirus?

Questa mattina il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, è intervenuta nell'aula del Senato. Il ministro ha evidenziato la centralità della filiera dell'agricoltura e dell'agroalimentare che, nonostante le misure di lockdown legate all'emergenza coronavirus “in questi mesi non si è mai fermata, garantendo approvvigionamenti in maniera costante, nonostante difficoltà evidenti”. Bellanova, come già detto nella sua intervista al Foglio, ha ribadito che è “fondamentale, nella fase emergenziale, regolarizzare gli extracomunitari che ricevono offerte di lavoro, ma anche, al contempo, assicurare la cumulabilità delle prestazioni di sostegno al reddito con i rapporti di lavoro”. Immediata la reazione del leader della Lega, Matteo Salvini, che su Facebook ha attaccato: “Il ministro dell’Agricoltura ha appena chiesto la SANATORIA per centinaia di migliaia di clandestini da far lavorare nei campi. Ma non avrebbe più senso aiutare tutti gli Italiani che hanno perso e perderanno il lavoro per il virus, dando a loro precedenza e contratti, invece di pensare a “regolarizzare” un esercito di clandestini???”.

Sul Foglio abbiamo spiegato proprio oggi che in realtà, le posizioni di Bellanova e Salvini sono meno inconciliabili di quanto potrebbe sembrare. Il “decreto sicurezza” fortemente voluto dal leader leghista prevede infatti il “permesso di soggiorno temporaneo per calamità”. Una regolarizzazione temporanea che non dispiace all'ex ministro dell'Agricoltura ed esponente del Carroccio, Gianmarco Centinaio


 

Pubblichiamo di seguito l'intervento integrale di Matteo Renzi durante la discussione in Senato sull'informativa del ministro Bellanova

 

Signor presidente, ringrazio il signor ministro per le sue parole. Grazie per il lavoro che il governo ha svolto in questo settore. Abbiamo sentito, nel dibattito, anche delle espressioni critiche. Vorrei ricordare, a tutti e a ciascuno, che stiamo vivendo una fase di emergenza e che il settore agroalimentare, quello che lei ha chiamato, con felice espressione, la filiera della vita, ha superato o, meglio, ha affrontato (perché non possiamo ancora parlare di superamento della fase di emergenza) con una straordinaria resilienza.

Di questo, io credo vada dato atto, non soltanto ovviamente agli esponenti delle istituzioni come lei, ma, in primis, alle lavoratrici e ai lavoratori, agli allevatori, agli agricoltori, al mondo della distribuzione, del trasporto, al mondo della grande distribuzione e del piccolo commercio.

 

Quando, però, il presidente del Consiglio ha detto che il governo si apre al confronto con il Parlamento, noi abbiamo immaginato, mi riferisco agli amici e colleghi dell'opposizione, una discussione veramente articolata e seria su quello che ci attende. Il ministro, oggi, è stata molto dettagliata ed approfondita nell'analizzare dei dati e dei risultati, oltre che aperta ad ascoltare le proposte.

C'è una domanda alla quale opposizione e maggioranza insieme dovrebbero provare a dare risposta: che tipo di ruolo avrà il mondo dell'agroalimentare nella società del post coronavirus?

 

Io credo che quello che Teresa Bellanova oggi ci ha detto ci aiuti a pensare che l'agricoltura non è soltanto un pezzo di passato, di struggente nostalgia. Lo dico perché larga parte delle persone che ci hanno lasciato, quei circa 21.500 morti che oggi contiamo - e che probabilmente sono molti di più e saranno di più - appartengono a una generazione, quella nata negli anni Trenta o Quaranta, che ha conosciuto il superamento della civiltà contadina. In realtà non si è superato un bel niente, perché quei valori sono sempre forti, ma in ogni caso parliamo di una generazione che ha visto il progressivo attacco ai valori della civiltà dell'agroalimentare e vorrei che su questo riflettessimo: il mondo di domani farà a meno di quei valori e di quella civiltà? Penso di no, penso che paradossalmente ciò che è accaduto in questa stagione possa portarci a dire che, nell'Italia del post coronavirus, il mondo dell'agroalimentare avrà un ruolo fondamentale, ma su questo bisogna giocare a carte scoperte.

 

Bisogna dire che non può esserci il solito racconto stereotipato dei prodotti che dall'estero tagliano spazio a noi, per cui dobbiamo diventare dei sovranisti agroalimentari. Se infatti siamo sinceri e analizziamo la realtà per quella che è, dobbiamo avere la forza di dire che, come mai, il post coronavirus costringerà tutte e tutti noi a capire che la globalizzazione è il principale asset per la nostra agricoltura, che la globalizzazione è la più grande occasione che avremo, perché i prodotti dell'agroalimentare italiano sono amati e ambiti in tutto il mondo. La vera scommessa sarà caso mai combattere i falsi che rubano pezzi di mercato ai prodotti italiani, utilizzando un falso italiano per essere credibili nel mercato internazionale.

 

Dobbiamo dunque sprovincializzare la nostra discussione. Certamente poi, come ha detto il ministro Bellanova, dobbiamo combattere in Europa perché su singoli prodotti ci sia una visione meno burocratica e sono d'accordo, siamo tutti d'accordo, sia chi rifiuta un'idea di Europa più forte, sia chi, come me, crede negli Stati uniti d'Europa. C'è bisogno di un'Europa che sia meno burocratica sulle politiche agricole, non c'è dubbio, e Teresa Bellanova sta lavorando in questa direzione.

 

Il punto fondamentale, però, è che non si va da nessuna parte continuando con il solito ritornello degli ultimi venti anni, per cui l'agricoltura è in qualche modo minacciata dal mondo globale. L'agricoltura italiana paradossalmente, se aiutata, se difesa, se protetta, se sostenuta, è nelle condizioni di farci fare il salto e su questo vengo al secondo punto, alla seconda certezza che il coronavirus ha messo in discussione.

 

Non è vero che l'innovazione tecnologica è nemica dei valori dell'antica civiltà. Noi siamo stati abituati a pensare che l'innovazione tecnologica fosse un nemico. Guardate, lo abbiamo detto tutti e mi riferisco, in particolare, a chi di noi è genitore: quante volte, vedendo i nostri figli curvi e chinati su Instagram o sul device di turno, ci siamo detti che ai nostri tempi c'era più relazione umana, più discussione, mentre i nostri figli sono fissi sui social? È una domanda che, per alcuni aspetti, è giusta e sacrosanta, perché noi veniamo da quella cultura in cui si giocava a pallone in piazza e in cui si potevano condividere certi momenti di socialità molto più forte; ma non c'è dubbio che una visione meno ideologica e meno banale ci porta a dire che il coronavirus e il post coronavirus dimostrano come l'innovazione tecnologica sia oggi una forma di sostegno alle relazioni personali. È un paradosso, non lo avremmo mai detto due mesi fa.

 

La rivoluzione che stiamo vivendo, con tutti i drammi e i disastri che abbiamo, porta a dire che l'innovazione tecnologica aiuta la relazione; non la sostituisce - io non vedo l'ora di tornare ad abbracciare le persone cui voglio bene - ma in questa fase dobbiamo avere questo atteggiamento anche per quanto riguarda l'agricoltura. L'innovazione tecnologica aiuta il mondo agricolo, non è in contraddizione. Il fatto che ci sia un mercato globale di 7 miliardi di persone è un bene per chi - 60 milioni di italiani - può produrre cose straordinariamente buone.

Per questo - e mi rivolgo agli amici delle opposizioni - noi pensiamo che lo sguardo che dobbiamo avere sul mondo agricolo debba essere davvero a misura del pianeta. Poi possiamo confrontarci.

 

Qualche collega ha detto delle cose corrette, anche dall'opposizione. Sono ad esempio uno di quelli che crede nei voucher e l'abbiamo dimostrato, con Teresa Bellanova, all'interno dell'esperienza di governo. Sono d'accordo sul fatto che la sugar tax e la plastic tax, mai come in questo momento, vadano rinviate, però vorrei che, con la stessa franchezza, si riconoscesse la realtà. La realtà è che, sulle anticipazioni della Pac, il governo attuale ha fatto molto meglio di quello precedente. Vorrei che tutti insieme ci sforzassimo per dire che il florivivaismo, su cui giustamente avete insistito, è un settore per il quale proprio il ministro Bellanova, il 15 dicembre, prima che scoppiasse questa pandemia, era a Pistoia, con gli operatori del settore, così come ha fatto anche in altre zone del paese.

 

Dunque, mettiamo da parte per un attimo le divisioni di parte e cerchiamo di guardare alla realtà per quella che è. Oggi c'è stata una reazione straordinaria del mondo agroalimentare. Ci sono stati i medici e gli infermieri, per i quali è giusto tirarsi giù il cappello. Le forze dell'ordine sono state straordinariamente efficaci. Gli italiani sono stati bravi, perché a me questa storia che si continui a dire che gli italiani non rispettano le leggi mi sembra davvero molto discutibile, visto che i numeri riflettono un paese straordinario: siamo addirittura arrivati all'obbrobrio di vedere un elicottero rincorrere un runner! Insomma, siamo un paese nel quale abbiamo rispettato le regole e dobbiamo smettere di raccontarci che siamo un paese che non le rispetta.

 

Al di là di questo, un settore che ha lavorato sempre è la filiera della vita. Grazie, signor ministro, per quello che ha fatto. Grazie a lei, ma grazie anche alla cassiera, che ci ha accolto con un sorriso, anche quando i media dicevano che, andando a lavorare, si moriva. Ho proposto la riapertura e sono stato molto criticato, anche in quest'Aula, per questo motivo. Mi è stato detto: “Tu vuoi uccidere le persone!”. Immaginate come si sentivano, in quei giorni, quelle cassiere e quei commessi, che dovevano andare a lavorare e quegli autotrasportatori, che dovevano portare le merci. Ci sono però degli elementi oggettivi e anche su questo la realtà è più forte dell'ideologia. Il tema dell'immigrazione ci vede sicuramente su fronti contrapposti, ma non c'è ombra di dubbio che ci siano centinaia di migliaia di persone, non di numeri, che lavorano o lavoravano nei nostri campi e a cui, come ha detto in modo perfetto il ministro Bellanova, o risponde lo stato o risponde la criminalità organizzata. Colleghi, non vi sto dicendo quale sia la mia posizione, ma vi sto dicendo che questo problema esiste.

 

Venendo alla conclusione, signor presidente e signor ministro, siamo in una fase in cui abbiamo bisogno di un dibattito alto e vero. Signor presidente, in Aula abbiamo sentito delle espressioni, nei confronti del ministra Bellanova, che sono semplicemente volgari. Andare a dire a ciascuno di noi “Eh, ma non sei mai entrato in un'azienda agricola o in un'azienda!” denota la volgarità di una persona, che non riesce neanche a contenersi durante gli interventi altrui, e che si rappresenta oggi agli occhi del Senato. Dirlo, però, a una persona, che ha iniziato a lavorare da bracciante agricola, che ha iniziato a lavorare a fianco di persone che hanno perso la vita per ciò che è accaduto sul caporalato, dirlo ad una persona come Teresa Bellanova - io ne sono testimone - che ha passato delle notti nelle crisi aziendali, di qualsiasi colore politico fossero, perché la crisi aziendale porta disoccupazione e il disoccupato non è né rosso né nero, ma è un uomo che perde il posto di lavoro, dirlo a chi, come Teresa Bellanova, ci ha insegnato, in questi anni, cosa significhi partire da zero per difendere il lavoro - questo vale per tutti, per chi la approva e per chi la contesta, per chi vota la fiducia e per chi non la vota - non è semplicemente volgare, ma è la dimostrazione che nel paese abbiamo bisogno di un dibattito serio su cosa significhi il lavoro.

 

Sono molto d'accordo sul fatto che ci sia bisogno di più liquidità per le aziende. Sono molto preoccupato del fatto che il decreto liquidità non dia le risposte necessarie. Sono pronto a lavorare con tutti e con ciascuno, perché si creino le condizioni, per le imprese e per i lavoratori, per superare questa fase di emergenza. Non consentiremo però a nessuno, in un paese che è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, di umiliare o di pensare di farlo, di insultare o di ironizzare su chi, lavorando e spaccandosi la schiena, oggi fa politica, servendo lo stato e servendo le istituzioni, con una competenza e una coerenza, che altri, scappati di casa, non sanno nemmeno cosa significhi.

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