L'Europa può (e deve) diventare il motore della globalizzazione

Claudio Cerasa

Nonostante il protezionismo di Trump, il libero scambio si sta espandendo sempre di più. Perché chi gioca con la chiusura gioca non solo con la propria economia ma anche con il destino della propria democrazia

Shannon K. O’Neil è una famosa ricercatrice specializzata in relazioni internazionali del Sudamerica e tre giorni fa ha pubblicato su Bloomberg un articolo importante che ci aiuta ad aprire gli occhi su un tema divenuto ormai centrale all’interno del dibattito economico mondiale: ma nell’epoca del protezionismo americano, la globalizzazione può avere ancora un futuro? La risposta è sì ed è una risposta che è contenuta all’interno di un’indagine interessante condotta proprio da Shannon K. O’Neil e così intitolata: “Il libero scambio si sta espandendo sempre di più, in tutto il mondo, ma senza gli Stati Uniti”. I dazi di Trump fanno molta paura all’Europa, soprattutto alla Germania, e in piccola misura turbano i piani ventennali dei cinesi, oltre che terrorizzare tutti gli attori del commercio mondiale. Ma la verità, scrive Bloomberg, è che nonostante il protezionismo sia sponsorizzato dall’uomo più potente del mondo tutto si può dire oggi tranne che il protezionismo stia vincendo nel mondo. “Negli ultimi due anni – sostiene Bloomberg – paesi che rappresentano oltre un terzo della produzione globale hanno firmato più di una dozzina di accordi commerciali”. Il Giappone ha recuperato il partenariato trans-pacifico che gli Stati Uniti hanno abbandonato e ha siglato un accordo con il secondo blocco economico più grande del mondo: l’Ue.

   

L’Unione europea e il Vietnam, a inizio anno, hanno siglato un accordo commerciale di libero scambio che prevede la quasi completa eliminazione dei dazi. Successivamente, ancora l’Unione europea ha sottoscritto altri accordi commerciali molto importanti con i quattro paesi latinoamericani del Mercosur (l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay) per un valore di quasi 100 miliardi di dollari all’anno di commercio bilaterale. E ancora. Sempre l’Unione europea, negli stessi mesi in cui Trump prometteva sfracelli sui dazi, ha sottoscritto accordi di libero scambio con il Canada, il Messico e Singapore, oltre che con il Giappone, ed è in trattative avanzate con l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Cile. Allo stesso tempo, a lavorare ad accordi di libero commercio, sono, tra di loro, l’Australia, il Canada e il Giappone. I primi, per eliminare ogni barriera nel commercio con l’Indonesia, il Perù e Hong Kong. I secondi, per fare lo stesso con il Giappone, Singapore, l’India e molti paesi dell’Africa e dell’America centrale. I terzi, infine, hanno costruito un accordo con il Messico e sono in trattative da tempo con la Corea del sud e con la Cina. E non solo. In Africa, i paesi ad aver sottoscritto il Trattato di libero commercio continentale africano, l’AfCFTA, sono 54 su 55: tutti tranne l’Eritrea. Mica male, no?

 

Bloomberg, infine, nota giustamente che i nuovi accordi commerciali non sono dei semplici patti tecnici sulle tariffe. Sono qualcosa di più. Sono delle aperture che alcuni paesi hanno concesso ad altri paesi per vendere di più all’estero, per combattere in modo congiunto la corruzione, per mettere insieme settori delle telecomunicazioni. E sono accordi che producono risultati importanti, che sul lungo periodo andranno a penalizzare gli stessi produttori americani. Le motociclette Suzuki, nota Bloomberg, ora hanno un vantaggio del 10 per cento rispetto ad Harley-Davidson negli showroom tedeschi e non devono più eseguire dei test supplementari che invece spettano alle aziende che producono in paesi rimasti fuori dal mercato globale. Chi acquista un controfiletto australiano, in Giappone, per dirne un’altra, ha un’agevolazione fiscale del 30 per cento rispetto a chi acquista carni texane. Il grano canadese, infine, costa quasi un terzo in meno rispetto alle colture statunitensi negli 11 mercati CPTPP (che sta per Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership).

 

Tutto questo naturalmente non è per segnalare la scelta contronatura della prima potenza economica mondiale di girare la vela del proprio paese controvento provando a convincere il paese che il vento spiri dalla parte opposta. Tutto questo è per segnalare la grande opportunità di fronte alla quale si trova oggi l’Europa, che in modo naturale, mentre gli Stati Uniti portavano avanti una guerra commerciale imponendo dazi agli alleati, ha scelto di guidare una vera e propria rinascita del libero scambio, come risposta al protezionismo americano. Ad eccezione degli Stati Uniti, come ha già segnalato in modo esaustivo qualche tempo fa Alessandro Maran sul nostro giornale, la maggior parte dei paesi fa a gara per demolire le barriere e abbracciare il libero scambio con una sollecitudine che non si vedeva da anni. E in una fase in cui il sistema internazionale, come segnalato da Maran, “si avvia a diventare un sistema globale multipolare con un divario di potenza sempre più contenuto tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo”, all’Europa non resta altra strada che quella di provare davvero a diventare il motore della globalizzazione del mondo, dall’alto della sua unica e straordinaria way of life: rispetto dell’economia aperta, tutela dello stato di diritto, rispetto per la democrazia.

  

 

Frédéric Bastiat, mitico economista francese, sosteneva che dove passano le merci, non passano gli eserciti. Oggi si potrebbe anche dire qualcosa di più: chi gioca con la chiusura non gioca solo con il destino della propria economia ma gioca anche con il destino della propria democrazia. Se alzi muri, se predichi la chiusura. E se alimenti l’odio verso il diverso, se trasformi lo straniero in un avversario, non è detto poi che le conseguenze si possano misurare solo sul piano economico. Se l’Europa imparerà a volersi più bene, mai come oggi potrebbe essere il player più importante al mondo nella promozione dell’unica rotta utile a far crescere il pianeta: la globalizzazione, bellezza.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.