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Così Draghi bacchetta i paesi che hanno dormito sul denaro della Bce

L’Eurotower è pronta ad altri stimoli, ma avverte che i governi non potranno più fare affidamento solo sulla politica monetaria

18 Giugno 2019 alle 19:20

Così Draghi bacchetta i paesi che hanno dormito sul denaro della Bce

Mario Draghi (foto LaPresse)

Non è stato certo un messaggio d’addio quello lanciato martedì da Mario Draghi al forum annuale di Sintra in Portogallo. Al contrario. Con un piglio da “whatever it takes” ha annunciato che la Banca centrale europea ha ancora “uno spazio considerevole” per dare altri stimoli all’economia, compresa una espansione del programma di acquisto di titoli (Quantitative easing) che ha già portato nel bilancio della Bce duemila 600 miliardi di euro in titoli pubblici (soprattutto) e privati. I mercati hanno reagito immediatamente: le Borse si sono rinfrancate, il Bund è sceso sotto zero, lo spread con i Btp decennali è caduto a 250 punti, il livello più basso da aprile, l’euro è sceso rispetto al dollaro e ha fatto infuriare Donald Trump che ha accusato la Bce di concorrenza sleale: “Sono anni che loro (cioè gli europei) lo stanno facendo, insieme alla Cina e agli altri”. Draghi ha replicato, nel pomeriggio, che “noi non abbiamo come obiettivo i tassi di cambio”.

 

Whatever It Takes Reloaded

In caso di peggioramento delle condizioni economiche la Bce pronta a usare tutti gli strumenti, dice Draghi. Reazione positiva dei mercati e lo spread scende sotto 250 punti

 

 

Il monito forse più forte il presidente della Bce lo ha lanciato ai governi. “La politica monetaria ha detto – può sempre raggiungere da sola il suo obiettivo (la stabilità dei prezzi, ndr) – Ma soprattutto in Europa dove il settore pubblico è ampio, può farlo più velocemente e con minori effetti collaterali se le politiche fiscali sono allineate”. Potrebbe sembrare un richiamo rituale a un coordinamento tra politica monetaria e fiscale, tuttavia in questa fase proprio l’incertezza politica con la conseguente mancanza di una strategia coordinata delle politiche di bilancio, è uno dei fattori di rischio più preoccupanti. Draghi non è entrato nel merito delle discussioni aperte sulla introduzione di un bilancio europeo con effetti stabilizzatori rispetto al ciclo economico, ma ha senza dubbio alzato la palla. Il tempo stringe perché la congiuntura economica è fiacca e viene colpita dal neoprotezionismo, dal conflitto Stati Uniti-Cina, dal collasso di alcune economie in via di sviluppo che negli anni scorsi avevano compensato la crisi dei paesi occidentali. Ma il tempo della politica ancora una volta sembra fuori fase rispetto a quello dei mercati.

 

I critici dicono che la Bce non è riuscita a riportare l’inflazione al 2 per cento e si è rimpinzata di titoli che le legano le mani. Draghi a Sintra ha spiegato che due fattori hanno influito sulla discesa prolungata dei prezzi: gli choc da offerta e da domanda, ma ancor più il contrasto tra politiche fiscali e monetarie soprattutto dopo il 2011 (a differenza da quel che è accaduto negli Stati Uniti). Al fallimento dei governi ha dovuto supplire la Bce (“negli ultimi dieci anni il fardello degli aggiustamenti macroeconomici è ricaduto in modo sproporzionato sulla politica monetaria”). Oggi un ritorno indietro (alla normalità come si dice) è impossibile se politica fiscale e monetaria non pedalano in tandem. Sotto la guida di Draghi è stata la Bce a governare l’economia europea. Nel novembre 2011, appena nominato, ha tagliato i tassi di interesse che il suo predecessore Jean-Claude Trichet, aveva improvvidamente rialzato. Poi ha finanziato illimitatamente e a costo zero le banche, ha portato la Banca centrale europea in “terra incognita”, con tassi d’interesse negativi, avvicinandosi alla Banca del Giappone, ben oltre i limiti della Federal Reserve americana che rifiuta l’idea di tassi negativi. Dalla Fed invece ha preso il Qe grazie al quale ha stabilizzato il mercato dei titoli di stato evitando una crisi generale da debiti sovrani. Nel frattempo i governi europei applicavano la stessa ricetta a situazioni economiche molto diverse, commettendo un terribile errore. Grazie all’impulso della Bce, la Ue si è data strumenti nuovi per affrontare la crisi che si sono rivelati efficaci (si pensi alla Spagna, al Portogallo o al salvataggio finale della Grecia). Insomma, di Draghi (e della sua eredità) nessuno si potrà liberare facilmente, tanto meno chi prenderà le redini il primo novembre. 

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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