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La Commissione boccia l'Italia sul debito e il governo si fa prudente

Luciano Capone

Niente pugni sul tavolo, niente “me ne frego” rivolti ai burocrati di Bruxelles. La scappatoia per il 2019 c’è, ma il conto è alto

Roma. Il report della Commissione europea, quello che doveva valutare il rispetto delle regole fiscali sul deficit e sul debito, ha espresso il responso che tutti si aspettavano: l’Italia non rispetta i criteri europei nel 2018, nel 2019 e non lo farà neppure nel 2020, e pertanto “è giustificata l’apertura di una procedura per deficit eccessivo basata sulla regola del debito”. Il giudizio era atteso e, come riporta la stessa Commissione, emerge dai dati di entrambe le parti – anche da quelli del governo italiano. Non ci sono grosse differenze, si tratta solo di pochi decimali, che non hanno alcun impatto rispetto all’ampiezza della deviazione dall’obiettivo di medio termine.

   

Ciò che invece si attendeva con più incertezza era la reazione da parte italiana rispetto al giudizio di Bruxelles. Da questo punto di vista le risposte delle forze politiche sono meno battagliere del solito, non si sente più quell’aria di sfida alle regole europee, che dopo le elezioni dovevano essere rivoluzionate, e alla Commissione che, si diceva, era delegittimata perché in via di smobilitazione. Niente pugni sul tavolo, niente “me ne frego” rivolti ai burocrati di Bruxelles. Il più duro è Matteo Salvini, anche se è più morbido del solito: “L’unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio – dice –. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà”. Luigi Di Maio invece fa due cose: dà la colpa della procedura d’infrazione al governo precedente (“Riguarda il debito prodotto dal Partito democratico nel 2017 e 2018”); afferma di voler rispettare le regole (“Noi siamo persone serie, l’Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Quindi andremo in Europa e ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità”). La prima – cioè la responsabilità del governo precedente – è ovviamente un’affermazione falsa, perché la deviazione dalle regole è tutto frutto della manovra del popolo, ma serve a giustificare un atteggiamento dialogante con l’Europa. Questo spirito traspare anche dalla dichiarazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, dal Vietnam, ha fatto una dichiarazione coordinata con il ministro dell’Economia Giovanni Tria in cui afferma che “intende continuare a dialogare con la Commissione”. Il governo “prende atto” della valutazione, ma afferma che già quest’anno i dati mostrano che, tra maggiori entrate e minori spese, il deficit sarà di 0,3 punti inferiore alle previsioni (2,4 per cento per l’Italia, 2,5 per l’Europa): così “l’indebitamento netto si attesterebbe al 2,1 per cento del pil”. Questo aggiustamento produrrebbe un leggero miglioramento del saldo strutturale che è ciò che, pur non rispettando il criterio del debito, consente di stare nelle regole ed evitare la procedura d’infrazione.

      

Quindi, in questo modo, attraverso il dialogo tra gli sherpa e poi a livello governativo, l’Italia dovrebbe riuscire a superare le criticità per l’anno in corso. I problemi veri riguardano la manovra dell’anno prossimo, dove l’inosservanza delle regole è particolarmente grave. Per il 2020 non viene rispettata alcuna regola e viene sforato qualsiasi parametro: il deficit supera il 3 per cento (3,5), il debito pubblico aumenta anziché diminuire (fino al 135 per cento) e il saldo strutturale anziché migliorare peggiora di 1,2 punti. Ciò che manca all’appello sono i 23 miliardi di aumento dell’Iva dovuti alle clausole di salvaguardia, che la Commissione europea non considera. Il governo, in risposta, dice che l’Iva non verrà aumentata ma conferma l’impegno a ridurre il deficit nella stessa misura cercando risorse in altro modo ma, dice Bruxelles, “nessun dettaglio è stato fornito su queste misure alternative se non generici riferimenti alla spending review”. Il dialogo tra le parti continuerà, ma per evitare una procedura d’infrazione, e soprattutto la sanzione dei mercati, il governo dovrà approvare in autunno una manovra restrittiva – composta da aumento delle tasse o taglio della spesa – per riparare i danni inflitti dalla “manovra del popolo”. Su quello che ha prodotto un anno di “governo del cambiamento” il giudizio è ormai definitivo: deterioramento della finanza pubblica, perdita di fiducia, aumento dei tassi di interesse e, come se non bastasse, passi indietro rispetto alle riforme fatte negli anni passati (in particolare in tema di pensioni). E’ sicuro che c’è un conto da pagare, bisogna solo vedere se a presentarlo agli italiani sarà questo governo o un altro.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali