Perché gli investitori temono un'Europa più chiassosa e immobile

Mariarosaria Marchesano

Il clima è di massima incertezza alla vigilia di elezioni che vengono percepite come in grado di modificare l’assetto politico di un’istituzione decisiva

Milano. Si è aperta e si è chiusa con una pioggia di vendite la penultima seduta dei mercati europei prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Il sentimento di incertezza degli operatori è stato peggiorato dall’inatteso calo dell’indice di fiducia delle imprese tedesche, tornato ai livelli del 2014, e dai deludenti risultati del comparto manifatturiero a livello europeo. Così, gli investitori si sono fatti prendere dal pessimismo colpendo con ordini di vendita i principali listini del Vecchio continente (Piazza Affari ha perso oltre il 2 per cento).

 

Il clima è di massima incertezza alla vigilia di elezioni che vengono percepite come in grado di modificare l’assetto politico di un’istituzione decisiva. Da giorni gli uffici studi dei principali operatori finanziari e delle banche d’affari offrono analisi in cui si coglie il maggiore peso attribuito consultazione rispetto al passato. Secondo Andrea Delitala del gruppo francese Pictet, “questo appuntamento è particolarmente importante anche perché si verifica una coincidenza che può accadere ogni 40 anni e cioè la scelta del presidente della Commissione europea – che cade ogni cinque anni – combinata con l’elezione del presidente della Banca centrale europea, che avviene ogni otto. In queste nomine si giocano gli equilibri della Ue: secondo una regola non scritta, infatti, se a capo della Commissione è eletto un tedesco è altamente improbabile che al vertice della Bce venga nominato un rappresentante del mediterraneo”.

 

Per Mediobanca Securities “questa volta le elezioni europee sono importanti” per quattro ragioni: “L’erosione dei partiti tradizionali ha fatto spazio a nuove forze e ciò potrebbe significare una maggiore frammentazione e una maggiore imprevedibilità politica; i partiti nazionalisti-populisti sfidano il modo in cui viene gestita l’Unione europea, chiedendo la ri-destinazione delle decisioni; senza il Regno Unito, i grandi paesi occidentali perdono potere, con la Polonia che guadagna uno status superiore; i partiti pro Unione stanno reagendo aggregando e predicando un’ulteriore integrazione politica, economica e militare”. Insomma, a guerre commerciali in corso, i mercati sono in attesa di capire dove si dirigerà l’Unione europea e che cosa devono aspettarsi dalle votazioni del 26 maggio. Per Mediobanca l’ipotesi che i partiti nazionalisti/populisti possano arrivare a un peso schiacciante è remota data la loro eterogeneità e sondaggi che li collocano congiuntamente al 24-25 per cento. “Tuttavia, vediamo poco spazio per essere costruttivi poiché il risultato più probabile per noi è una grande coalizione molto eterogenea che probabilmente comporta il rischio di immobilismo politico con un possibile spostamento del potere decisionale dal Parlamento/Commissione europea al Consiglio”.

 

Pictet, invece, vede come scenario peggiore quello in cui un terzo dei seggi venga conquistato dai partiti non tradizionali, poiché euroscettici e forze anti sistema finirebbero con il coalizzarsi in una “perversa collaborazione”. A quel punto uno scenario di contrasto tra periferie ed Europa “costerebbe all’Italia un allargamento dello spread a ridosso della soglia critica di 300 punti base con un aumento del costo del debito dell’1 per cento. “Questo potrebbe innescare un movimento al ribasso delle banche italiane, del Ftse Mib e, a catena, degli indici europei e dell’euro”.

 

Non ci saranno cambiamenti radicali nell’indirizzo politico dell’Ue secondo Franklin Templeton, uno dei maggiori gestori al mondo, che però avverte: “Avremo probabilmente un numero di rappresentanti dei partiti populisti ed estremisti maggiore di quello attuale. Di conseguenza, la politica europea diventerà più chiassosa e tendiamo ad aspettarci maggiore volatilità delle discussioni al Parlamento. Ciò potrebbe infondere maggiore incertezza sulla politica dell’Ue e di conseguenza una stagnazione persistente per l’Europa, qualora non riesca ad attuare le riforme desiderate”.

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