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Vita, battaglie europee e carriera in Banca d’Italia di Panetta

Ascesa del banchiere gran nemico del bail-in, stimato da Draghi, che non è osteggiato dal governo gialloverde

28 Marzo 2019 alle 06:00

Vita, battaglie europee e carriera in Banca d’Italia di Panetta

Fabio Panetta (foto Imagoeconomica)

Roma. Chi è Fabio Panetta e perché sta per diventare direttore generale della Banca d’Italia? In cinque istantanee potremmo dire che conosce benissimo moneta e credito, detesta il bail-in, è cresciuto circondato dalla politica, è stato allenato da ben quattro governatori, ha la stima di Mario Draghi. La biografia ufficiale ci mostra un cursus honorum costruito anno dopo anno in Via Nazionale da quando venne assunto nel 1985 dopo la laurea in Economia alla Luiss, l’università romana della Confindustria, e il dottorato alla London School of Economics. Entra nel servizio studi, lavora alla direzione monetaria e finanziaria, diventa capo del servizio di congiuntura e politica monetaria e poi direttore centrale col compito di coordinare la partecipazione della Banca d’Italia all’Eurosistema. Dal 2010 al 2012 è responsabile del Rapporto sulla stabilità finanziaria, fin quando viene nominato nel direttorio come vicedirettore generale. Riconfermato nel settembre scorso, su di lui non ha mosso obiezione il governo gialloverde che, invece, ha concentrato il tiro su Luigi Federico Signorini. Come mai?

 

Una spiegazione potrebbe essere la seguente: Signorini ha avuto il compito di bacchettare la politica economica nei suoi interventi alla Camera, mentre Panetta è diventato l’alfiere della battaglia per i salvataggi bancari. Intendiamoci, entrambi hanno sempre parlato ex cathedra, ed entrambi hanno toccato nervi scoperti, ma in direzione del tutto opposta. Panetta è stato particolarmente tranchant sul bail-in, anche recentemente. Nel gennaio scorso, convocato di fronte alle commissioni Finanze di Camera e Senato per affrontare il crac della Carige, ha detto che la normativa introdotta in Europa “è stata una reazione rabbiosa dopo la crisi finanziaria globale”, sottolineando che “in altri paesi forse l’esborso di risorse pubbliche in termini di pil è stato molto maggiore che in Italia. Credo sia la motivazione di un cambio di normativa sul metodo di risoluzione delle crisi”, ha aggiunto ricordando che negli Stati Uniti si usa la garanzia del Tesoro. L’ultima sentenza della Corte europea, gli ha dato un argomento in più. Tutta musica celestiale agli orecchi dei grillini, dei leghisti e dei politici in cerca di una economia dell’abbondanza nella quale tutti guadagnino e nessuno paghi.

 

In questi anni Panetta ha seguito i passaggi più difficili della crisi bancaria ed è membro della Vigilanza della Bce ora guidata da Andrea Enria. Si è costruito un profilo di competenza, correttezza e tenacia nel sostenere anche gli interessi nazionali. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha lodato pubblicamente la sua difesa, a Francoforte come a Bruxelles, delle ragioni delle banche italiane nello scontro sulle linee guida della Bce a proposito degli accantonamenti per far fronte ai crediti deteriorati. Anche qui Panetta ha sostenuto la linea del governatore Ignazio Visco e dell’intero direttorio, ma è parso particolarmente pugnace. Del resto, ha ottenuto anche il plauso di Carlo Calenda con il quale ha collaborato: “Ha sempre lavorato in Europa in modo molto efficace”, ha dichiarato l’ex ministro dello Sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni.

 

Panetta, dunque, fa consenso e lo fa in modo trasversale. E’ romano (tra i pochi al vertice nella storia della Banca d’Italia) anche se di origini ciociare. Nato nel 1959, suo padre Paolino è stato sindaco di Pescosolido, paesino al confine con l’Abruzzo, dal 1964 al 1982 e di nuovo dal 1985 al 1993. I tre anni di interregno sono dovuti agli incarichi nel governo guidato da Giovanni Spadolini come capo di gabinetto per le Politiche comunitarie e per i Rapporti con il Parlamento. I ministri, entrambi democristiani, erano Lucio Abis e Luciano Radi. Il padre ha passato la passione politica al figlio maggiore Giovanni, parlamentare del Centro cristiano democratico dal 1996 fino alla sua morte nel 1999 a soli 43 anni. Per Pescosolido si spese molto Giulio Andreotti che della Ciociaria è stato il grande protettore, ma da quella stessa area del Lazio proviene Antonio Fazio (nato ad Alvito), vicedirettore generale quando il giovane Panetta venne assunto. Fazio lo portò con sé alle riunioni a Francoforte, con Carlo Azeglio Ciampi preparava le analisi sui mercati monetari, con Mario Draghi ha fatto un primo salto come coordinatore delle attività legate alla partecipazione all’Eurosistema, con Ignazio Visco è diventato il supplente alle riunioni della Bce.

 

Una delle doti di Panetta deriva senza dubbio dall’avere mangiato pane e politica, il che lo rende meno tecnocratico di molti colleghi, capace di mediare e sviluppare una rete relazionale. Il suo nome è stato fatto da Massimo Carminati millantando una stretta amicizia. In realtà, si sono conosciuti da piccoli nel quartiere dell’Eur (“eravamo ragazzini… poi lui… ognuno fa la vita sua”, sono le parole del Cecato), ma da allora non ci sono stati più contatti. Chi ha attraversato da giovane gli anni 70 ed è “senza peccato” scagli la prima pietra, a destra come a sinistra.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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