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La manovra dei gilet italiani

Giusto combattere la povertà, ma senza coperture il reddito di cittadinanza farà solo aumentare le diseguaglianze

11 Dicembre 2018 alle 12:04

La manovra dei gilet italiani

Grillo e Casalino a Perugia per la seconda marcia del M5s per il reddito di cittadinanza, nel 2017. Foto LaPresse

“La stabilità sociale conta più della stabilità finanziaria”, ripete il vicepremier Luigi Di Maio. Del resto, “solo con la stabilità sociale, si può avere crescita”. Per questo motivo il governo ha deciso di destinare gran parte delle risorse della manovra al reddito di cittadinanza, una riforma che – secondo Di Maio – “abolirà la povertà”. L’obiettivo, certamente un po’ ambizioso, è lodevole e condivisibile: chi non sottoscriverebbe un programma simile? C’è da chiedersi, però, se il reddito di cittadinanza sia lo strumento più adeguato per dare risposte realistiche a cinque milioni di poveri. I dettagli della misura non sono ancora noti. Tuttavia, si può formulare un giudizio partendo dai due punti che fino a oggi non sono mai stati messi in discussione: gli aventi diritto e il finanziamento.

   

Cominciamo dagli aventi diritto. A beneficiare del reddito di cittadinanza dovrebbe essere chi è in povertà assoluta, oltre un milione e mezzo di famiglie che costituiscono una platea assai eterogenea. Da un lato, ci sono i disoccupati che devono presentarsi ai centri per l’impiego, accettare di partecipare a corsi di formazione e – eventualmente – svolgere attività socialmente utili. Dall’altro lato, ci sono le cosiddette persone “non occupabili o a bassa occupabilità”, ad esempio le mamme single con minori a carico o chi vive in zone depresse con poca possibilità di occupazione, che almeno nel breve-medio termine hanno soprattutto bisogno di assistenza economica e di servizi. Questa distinzione è essenziale per capire il problema del finanziamento del reddito di cittadinanza, e qui veniamo al secondo punto. Diversi studi dimostrano che solo il 25-30 per cento di chi è in povertà assoluta trova un’occupazione stabile grazie a queste misure. E’ chiaro che tanto più è elevato il numero di soggetti che potrà percepire il reddito per un lungo periodo di tempo (a questo proposito, il governo ha delle stime?), tanto più è essenziale trovare delle coperture di natura strutturale.

  

Il governo, invece, ha deciso di finanziare il reddito di cittadinanza in disavanzo. Eppure in campagna elettorale, il Movimento Cinque stelle aveva dichiarato che le coperture erano state identificate. Il ministro Barbara Lezzi aveva fatto un passo in avanti, assicurando che le suddette coperture erano state persino “bollinate” (bollinate? come?) dalla Ragioneria generale dello stato. Di queste risorse, oggi, non c’è più traccia: i circa nove miliardi di euro destinati al cavallo di battaglia dei pentastellati saranno finanziati creando maggiore debito. Questa scelta per un paese come il nostro, che vanta il secondo rapporto debito/pil più elevato della zona euro, non è priva di conseguenze. E’ stato lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a spiegarlo: “Inutile fare disavanzo se perdiamo risorse per lo spread”, aveva detto a settembre quando, peraltro, ancora si pensava che il disavanzo previsto dal governo si sarebbe attestato intorno all’1,6 cento del pil. Maggiore spread, in effetti, significa maggiore spesa per interessi: nel 2019, l’Italia dovrebbe spendere 3,8 per cento, più del doppio della media dell’area dell’euro e pari all’1,8 per cento. Queste risorse verranno sottratte al finanziamento di beni pubblici – come l’istruzione e la sanità – e allocate verso chi compra i titoli di stato, ossia investitori stranieri e risparmiatori italiani che difficilmente rientrano tra i 5 milioni di poveri. A essere penalizzati da questa redistribuzione di risorse saranno soprattutto i cittadini meno abbienti che dovranno continuare a usufruire dei servizi pubblici (di qualità sempre più bassa) visto che non possono rivolgersi al settore privato. L’effetto ultimo sarà quello di un aumento delle diseguaglianze, invece di una riduzione, a scapito della stabilità sociale e della crescita economica, l’opposto dell’obiettivo fissato.

  

In conclusione, ha ragione Di Maio a voler combattere la povertà. Ma se lo strumento è quello del reddito di cittadinanza, andrebbe implementato come promesso, ossia trovando le coperture per evitare di ottenere il risultato contrario. Va, quindi, riconsiderato il finanziamento di questa misura, a cominciare dai 30 miliardi di “sprechi” che il Movimento 5 stelle aveva dichiarato di voler eliminare. Forse una volta al governo, i leader del Movimento si sono resi conto che gli “sprechi” – definizione facile da comunicare perché mette tutti d’accordo – sono solo una piccola fetta di quei 30 miliardi. La gran parte è vera e propria spesa che se tagliata rischia di far perdere voti.

Veronica De Romanis

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Commenti all'articolo

  • fiorevalter

    11 Dicembre 2018 - 17:39

    oltre a tutto quello che ha detto, che è pienamente condivisibile, bisogna anche considerare che manca un'analisi delle povertà (plurale...) perché una misura come il rdc parte da un presupposto poco credibile: che ci siano i poveri perché non trovano lavoro e/o hanno bisogno di formazione. Sicuramente per una parte è vero ma ci sono altre cause di povertà che necessitano di interventi ad hoc. Faccio solo un esempio banale: una donna single con un figlio (o un parente) bisognoso di assistenza non può lavorare 8 ore se prima non trova una sistemazione per il disabile/malato ...ecc.

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