Aiuto! Nel 2050 vivremo a lungo, ma non avremo più la pensione

Maurizio Stefanini

Roma. Vivremo cent’anni, ma dal 2050 non avremo più la pensione. E non parliamo solo dell’Italia – anzi, tecnicamente l’Italia non c’entra affatto. Il fatto che la profezia del Forum economico mondiale riguardi Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Giappone, Cina, India e Paesi Bassi, evidentemente non può consolarci. Se davvero i sistemi pensionistici di questi otto paesi stanno aumentando di 28 mila dollari al giorno, il deficit tra 32 anni oltrepasserà i quattrocentomila miliardi di dollari, e allora possiamo seriamente pensare che nella Penisola ci troveremo meglio?

 

Una tabella del rapporto “Vivremo fino a cent’anni: come potremo sostenerlo?” mostra l’andamento dell’aspettativa di vita: dagli 85 anni per i nati nel 1947 arriva a 88 per i nati nel 1957, 91 per i nati nel 1967, 94 per i nati nel 1977, 97 per i nati nel 1987, 100 per i nati nel 1997, addirittura 103 per i nati nel 2007! Viviamo di più, ma il deficit pensionistico previsto equivale a cinque volte le dimensioni dell’economia mondiale. Secondo quanto ha spiegato il capo della divisione Investitori istituzionali del Wef Han Yik alla Bbc, gli effetti cominciano a vedersi negli Stati Uniti, dove “il livello di persone in bancarotta dopo aver compiuto i 65 anni sta aumentando a livelli senza precedenti”. Più precisamente, solo tra il 1991 e il 2006 è triplicato, arrivando a colpire lo 0,36 per cento della popolazione. Ma anche in Cina e in India il problema cresce, e dopo di loro anche in Regno Unito e Giappone, anche se a livelli minori. Per esempio in Giappone il rapporto cita un’aspettativa di vita che potrebbe arrivare ai 107 anni. Significa che i cittadini finirebbero per passare senza lavorare un periodo di tempo della loro vita almeno del venticinque per cento più lungo di quello che hanno trascorso lavorando. Inoltre, il deterioramento del sistema pensionistico dipende dalla proporzione crescente di anziani che devono essere mantenuti da una proporzione di cittadini in età lavorativa sempre minore. Sono i giovani che devono mantenere anche i pensionati in bancarotta, non attraverso il sistema previdenziale ma attraverso l’assistenza pubblica. Il pericolo individuato dal Wef è dunque che i giovani siano incentivati a “fuggire” da questi paesi alla volta di altri dove la pressione sia più sostenibile, con il risultato di peggiorare i conti.

 

E’ possibile fare qualcosa per prevenire il disastro? Secondo il rapporto sì. Ma non è facile. Poiché il denaro delle pensioni può provenire solo dal datore di lavoro o dallo stato, una proposta è quella di aumentare il contributo del lavoratore attraverso il risparmio individuale. Oppure si potrebbe aumentare l’età di pensionamento in proporzione alle aspettative di vita: per Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone dovrebbe essere addirittura a settant’anni. Un’altra proposta riguarda l’accantonamento automatico di circa l’8 per cento del salario in un conto di risparmio individuale. Ma si parla anche di creare meccanismi di “risparmio solidale”, per aiutare quelle famiglie vulnerabili che non hanno la possibilità di risparmiare e richiedono assistenza sociale. Un modello negli ultimi anni ha suscitato molto interesse è quello pensionistico cileno, basato su fondi pensione in cui i lavoratori investono il 10 per cento dei loro salari, che poi, a loro volta, reinvestono sui mercati internazionali. Eppure, anche in Cile, è stato costituito un “pilastro solidario” per integrare le pensioni minime con denaro pubblico, e molti economisti esprimono dei dubbi sul fatto che il sistema possa effettivamente reggere in caso di forti depressioni delle Borse mondiali.

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