La “regola del 3 per cento” inventata da un francese?

Veronica De Romanis

In una intervista al Fatto quotidiano (“Subito il reddito per tutti. Il 3 per cento si può sforare”), il vicepremier Luigi Di Maio ha affermato che il governo è pronto a sforare il limite del 3 per cento se ciò servirà a raggiungere i suoi obiettivi. Del resto, precisa il capo politico del Movimento 5 stelle, “la regola del 3 per cento l’ha definita sbagliata anche il suo stesso inventore, un funzionario del governo francese”.

    

Di Maio fa riferimento a una delle più accreditate leggende metropolitane che circolano sulla soglia del 3 per cento secondo la quale questa soglia sarebbe stata “inventata” da un alto funzionario del ministero delle Finanze francese, tal Guy Abeille. Per sua stessa ammissione, Abeille avrebbe impiegato “una sola ora” – nel giugno del 1981 – per fissare la soglia del 3 per cento; cifra che, peraltro, sarebbe piaciuta molto all’allora presidente François Mitterrand, perché, sebbene non rispondesse a nessun criterio economico, aveva il pregio di essere “semplice e facile da ricordare”. L’aneddoto viene continuamente citato da quei politici – non solo Di Maio – che vogliono dimostrare la “stupidità delle regole”. In realtà, appare un po’ ingenuo pensare che tutta l’architettura europea si regga sulla “trovata” di un oscuro funzionario francese; peraltro mai confermata da nessuno.

   

La soglia del 3 per cento per il disavanzo non è un numero scelto a caso. Deriva, in realtà, da un semplice calcolo numerico. Negli anni Novanta, con una crescita reale media del prodotto interno lordo dell’ordine del 3 per cento, un tasso d’inflazione intorno al 2 per cento, e un debito medio dell’area pari intorno al 60 per cento, un paese con un saldo di bilancio al di sotto del 3 per cento avrebbe potuto ridurre il proprio debito pubblico e raggiungere cosi la soglia del 60 per cento fissata nel Trattato di Maastricht. In sostanza, il rispetto del 3 per cento consente ai paesi membri dell’euro di mantenere finanze pubbliche sostenibili e di convergere verso valori di bilancio comuni, che è poi il fine ultimo di un’unione monetaria che vuole diventare anche un’unione fiscale. Oggi, con una crescita e un tasso di inflazione decisamente ridotti, queste soglie andrebbero riviste. Non al rialzo, però, come erroneamente si sente ripetere nei dibattiti pubblici; semmai al ribasso.

  

Per migliorare la comprensione e l’efficacia della suddetta regola, la Commissione nel gennaio del 2015, ha pubblicato delle apposite “Linee Guida” che illustrano come “sfruttare al meglio la flessibilità che già esiste nei Trattati”, chiarendo i criteri per cui è possibile, in via del tutto temporanea, derogare dalle norme vigenti. Nello specifico, la deviazione dagli obiettivi che ogni stato membro concorda con Bruxelles è consentita solo se la maggiore spesa serve a fronteggiare un ciclo economico sfavorevole oppure a finanziare riforme e investimenti che abbiano un impatto “misurabile” sulla crescita del paese e che, di conseguenza, generino nel medio termine effetti positivi “verificabili” sul disavanzo. In caso contrario, la flessibilità non potrebbe essere accordata perché condurrebbe – nel medio periodo – a un peggioramento dei conti pubblici, e quindi a una violazione delle norme.

   

Nell’intervista citata, Di Maio ha chiarito che le tre misure principali del contratto di governo – superamento delle legge Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax – partiranno “subito” e, se necessario, saranno finanziate in deficit, quindi, attraverso la flessibilità di bilancio. Per ottenerla, il governo, in particolare il ministro Giovanni Tria, dovrà dimostrare a Bruxelles l’impatto delle suddette misure sulla crescita potenziale italiana e sui conti pubblici. Tenendo sempre bene a mente che la flessibilità può essere richiesta solo dai paesi con un disavanzo inferiore al 3 per cento e, quindi, non sottoposti a una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo.

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