In dieci anni Airbnb non ha cambiato solo il business, ma anche il turismo

Maria Carla Sicilia

Roma. Come può una società che basa i suoi affari solo sull’iniziativa volontaria di singole persone arrivare a valere 30 milioni di dollari? Chiedetelo ad Airbnb, che a differenza di altre piattaforme di sharing economy non offre direttamente lavoro a chi mette a disposizione qualcosa – in questo caso la casa – e neppure è proprietario dei beni materiali che permette di condividere. Il country manager per l’Italia, Matteo Frigerio, ha provato a spiegare questa singolare condizione economica dicendo che “sono gli host il vero asset della società”. All’inizio i tre giovani fondatori della start up “non avevano contezza del fenomeno che avrebbero generato, ma in realtà la loro bravura è stata capire che la miscela magica di Airbnb sono le persone, e proprio la connessione umana rimarrà al centro del progetto anche nei prossimi anni”, ha detto Frigerio. Qualcosa di simile a quello che è successo anche a BlaBlaCar, complice un approccio verso la condivisione che è nuovo – perché oggi permette di risparmiare se sei un turista e di guadagnare se sei un host – ma che richiama anche l’antica attitudine all’ospitalità.

   

Dall’essere un punto di riferimento per i backpacker, i ragazzi zaino in spalla in cerca di vacanze economiche, ad avere 5 milioni di annunci in 190 paesi nel mondo, però, ne è passato di tempo. Dieci anni per la precisione, sufficienti per mettere in moto una rivoluzione che ha scosso il settore turistico in tutto il mondo, ampliando l’offerta per i viaggiatori e complicando la vita agli albergatori. E come ogni ingresso rumoroso in un settore economico, anche quello di Airbnb ha scardinato alcune certezze e ha attratto su di sé critiche e ostacoli.

     

I nemici di Airbnb si trovano a volte tra i residenti che non condividono il modo in cui l’app “trasforma” i quartieri in zone turistiche. C’è stata qualche protesta, in città visitate da enormi numeri di viaggiatori, come Venezia e Barcellona. Qui vari comitati hanno lamentato che la piattaforma sostiene un turismo di basso profilo e fa aumentare il valore delle case, col risultato di rendere sconveniente per i proprietari affittare alle famiglie, visto che con i turisti si guadagna di più. Forse è anche per non essere più associato al turismo di massa, o almeno non solo a quello, che Airbnb ha incluso nella sua offerta anche residenze e piccoli alberghi di lusso, prendendo sempre più le distanze dall’idea originale avuta da Joe Gebbia, Brian Chesky e Nate Blecharczyn, i tre compagni di università che a San Francisco nel 2008 fiutarono l’affare di affittare un materassino gonfiabile a uno sconosciuto, trasformando di fatto Couchsurfing – altra piattaforma amica dei backpacker – in un servizio a pagamento. Inevitabilmente, però, i tre capirono anche che da solo un materassino non avrebbe mai attratto una quota trasversale di turisti e che per crescere serviva sviluppare l’offerta.

  

Negli ultimi dieci anni i numeri di AirBnb sono diventati così grandi che, naturalmente, gli albergatori continuano a considerare l’applicazione un concorrente. La partita si gioca sul regime fiscale differente a vantaggio della piattaforma sul quale sono intervenute di recente molte amministrazioni locali e anche il governo italiano. In generale, in tutta Europa, le autorità cittadine hanno compreso che il fenomeno è troppo esteso per essere ignorato e hanno introdotto restrizioni sul numero di giorni nei quali un appartamento può essere affittato. Oltre a riscuotere le tasse sul turismo, hanno chiesto di tracciare gli appartamenti e i loro ospiti, facendone anche una questione di sicurezza. Airbnb è sempre più un’impresa che una semplice piattaforma di condivisione, ora che non sfugge più alle norme e alle tasse. A fare la differenza per il suo futuro sarà la capacità di restare conveniente per chi viaggia e per chi affitta, “i suoi asset”, pur rispettando le nuove e frammentate regole che gli vengono imposte.

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