Perché Trump può martellare il Turkish Stream per colpire Putin

Gabriele Moccia

Roma. Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Turchia prosegue e ieri, in risposta alle minacce della Casa Bianca di imporre dazi sull’acciaio e l’alluminio di Ankara, il presidente turco Recep Erdogan ha lanciato la sua rappresaglia, annunciando che boicotterà i prodotti elettronici americani, puntando principalmente il dito contro i beni dell’economia digitale (Apple e gli altri over the top). Mentre il ministro degli esteri turco, Mevlet Cavusoglu, ha parlato di “bullismo economico” da parte americana, l’escalation potrebbe presto spostarsi sul versante energetico, secondo alcuni analisti il vero perno della strategia della tensione messa in campo da Washington nei confronti del governo turco per colpire le mosse della Russia di penetrare il mercato energetico europeo. Infatti, Mosca e Ankara hanno avviato, già nel 2017, il progetto di gasdotto del Turkish Stream, che per il Cremlino rappresenta un nuovo tentativo di conquistare i mercati europei attraverso il versante meridionale (una riedizione del South Stream), mentre per la Turchia è il simbolo del suo nuovo baricentro geografico, paese snodo del trasporto dell’energia tra Europa e Asia. Tuttavia, i piani di Vladimir Putin ed Erdogan cozzano contro la strategia lanciata da Donald Trump con la dottrina dell’energy dominance (la massiccia produzione di shale gas e tight oil utilizzata anche come leva geopolitica).

  

Sino ad oggi, l’Amministrazione americana ha preferito concentrarsi nell’affossare l’altra grande sua spina nel fianco: il Nord Stream II, il tubo russo-tedesco, che sembra per il momento resistere alle pressioni di Washington, anche per la determinazione del governo tedesco (Putin e Angela Merkel si incontreranno nuovamente sabato prossimo per parlare del gasdotto). La crisi turca offre a Trump la possibilità di colpire definitivamente un progetto come il Turkish Stream che, solo qualche giorno fa, il segretario di Stato all’energia, Rick Perry, ha definito “inutile, in quanto aumenterebbe solo una fonte di forniture verso l’Europa, ossia quella russa”. Sandra Oudkirk, sottosegretario di Stato per la diplomazia energetica, è stata ancora più cristallina: parlando davanti al Congresso Usa la settimana scorsa ha riferito ai parlamentari che gli Usa si opporranno con ogni massimo sforzo alla costruzione del Turkish Stream. Come confermano al Foglio alcune fonti diplomatiche, per gli americani il tubo russo-turco è ancora più pericoloso in virtù del recente accordo raggiunto a giugno scorso con la Bulgaria, testa di ponte per la seconda linea prevista nel progetto di costruzione, una seconda gamba del gasdotto, voluta fortemente dal governo filorusso di Sofia, che potrebbe portare – già nel 2020, come confermato anche dalla compagnia russa Gazprom – il gas di Mosca direttamente nel cuore dell’Europa centrale, grazie all’appoggio dell’Austria, oggi altrettanto vicina all’orbita del Cremlino. Ipotesi che per Washington sarebbe disastrosa, visti gli sforzi di costituire un asse economico anti russo – utilizzando il blocco dei paesi del gruppo di Visegrad trainati dall’Ungheria – che sia dipendente dalle forniture di gas americano. Ecco perché la prossima mossa di Trump, in cambio di un allentamento delle ritorsioni economiche, potrebbe essere proprio quella di chiedere al presidente turco l’abbandono del tubo e l’avvio di una strategia energetica più atlantica, ad esempio appoggiando i piani sul Corridoio energetico meridionale, voluto sia da Bruxelles che da Foggy Bottom. Nonostante sia Putin sia Erdogan abbiano da poco confermato il loro interesse reciproco nell’espansione dei piani energetici congiunti, il Turkish Stream si sta già rivelando un tubo debole, una pedina fragile che Ankara potrebbe presto essere chiamata a sacrificare in nome della propria stessa stabilità economica.

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