Viva i capitani (e i capitali) stranieri

Redazione

Il sovranismo è insensato non solo nella sua declinazione “monetaria” in un’area come l’Eurozona in cui alcuni stati sovrani indipendenti si sono impegnati volontariamente a cedere buona parte della loro sovranità. Nel caso italiano, il sovranismo economico si dimostra fallace anche se declinato come “difesa” della proprietà da un agente straniero, in un contesto di interdipendenza economica tra stati e macro-regioni. Nella sua analisi sui bilanci delle principali 2.075 società italiane l’Area Studi di Mediobanca rileva che nel 2017 i gruppi esteri attivi in Italia realizzano un fatturato di 221 miliardi, pari a un terzo del totale nazionale. Il maggiore contributo dalla Francia (60,1 miliardi), seguono gli Stati Uniti (38,8), il Regno Unito (21) e la Svizzera (12,2). Le aziende straniere non contribuiscono soltanto alla produzione del reddito nazionale ma lo fanno anche in modo più efficiente e con una maggiore remunerazione dei dipendenti rispetto a quelle “tutte tricolore”. Secondo Mediobanca, i gruppi esteri infatti hanno una produttività superiore del 12,5 per cento e pagano stipendi maggiori del 10 per cento. Sono più competitive nella chimica-farmaceutica e nella meccanica, ovvero in settori manifatturieri di punta, eguagliano quelle italiane nell’alimentare e vengono superate nei beni per la persona e la casa, un comparto marginale. La retorica vetero-nazionalista male s’attaglia alla competizione globale. Se, poi, dalla retorica si dovesse passare a un protezionismo di bandiera, della “competitività” delle aziende operanti sul territorio nazionale probabilmente ne parleremmo, ma discutendo di quanto abbiamo perduto.

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