La rovina del “sultanismo” monetario

Redazione

Il nuovo piano economico della Turchia non è riuscito a fermare lo slittamento della lira. La valuta è scesa di circa il 14 per cento rispetto al dollaro. I problemi derivano dalla politica fiscale e monetaria del presidente Recep Tayyip Erdogan: da mesi calpesta l’indipendenza della Banca centrale, spingendola a non alzare i tassi per stimolare l’economia, e ha unificato il ministero dell’Economia e quello delle Finanze mettendovi a capo il genero Berat Albayrak. Ieri Erdogan ha chiesto ai connazionali – e non è la prima volta – di cambiare le loro riserve di valuta straniera e oro in lire turche, avvertendo che la Turchia risponderà a chi ha avviato una “guerra economica” contro il paese.

 

Il “sultanismo” monetario di Erdogan insegna qualcosa ai “sovranisti” di casa nostra. Un film visto anche in Italia con la boutade del leghista Armando Siri di emettere titoli di stato solo per i cittadini italiani o la sindrome del complotto, coltivata sui social network dal leghista Claudio Borghi che punta alla Banca centrale europea di Mario Draghi. Dietro alla strategia di Erdogan di scontro con il sistema economico “aperto” occidentale si sta delineando una strategia che mira a ristrutturare profondamente l’economia turca e spostarne l’asse portante verso oriente, verso nuovi mercati e fonti di finanziamento. Emergono i primi segnali. Una delle prime missioni all’estero del neo ministro Albayrak s’è svolta a Pechino, dove il governo cinese ha concesso ad Ankara una linea di credito di ben 3,6 miliardi di dollari per far fronte all’attuale crisi. Un segnale che consolida un riavvicinamento, in campo economico, tra Cina e Turchia, dopo le tensioni dovute al sostegno turco alla minoranza Uiguri. In sviluppo sarebbero anche i rapporti col Qatar che avrebbe trovato il modo per sdebitarsi del sostegno ricevuto da Erdogan durante l’embargo che dal giugno 2017 Arabia Saudita e Eau impongono sul piccolo emirato. Infine, durante la passata legislatura le autorità turche hanno gettato le basi per trasformare Istanbul in un hub per la finanza islamica, autorizzando i primi sei istituti di questo tipo a operare nel paese. La battaglia di Erdogan sui tassi di interesse diventa quindi un tassello di una strategia più ampia, volta a spostare il baricentro delle relazioni economiche turche via dall’occidente. A questo proposito gli ultimi dati dell’Istituto statistico turco mostrano per la prima metà di quest’anno una contrazione delle importazioni, soprattutto da occidente, e un deciso aumento delle esportazioni, soprattutto verso mercati emergenti quali l’Asia, il Caucaso e l’Africa. Una riduzione forzosa del deficit di partita corrente resa possibile dall’erosione del peso relativo dell’occidente nel sistema economico turco. Un gioco pericoloso, che sta già colpendo gravemente il potere d’acquisto della popolazione e che potrebbe portare a un vero collasso della bilancia dei pagamenti.

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