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La dignità che manca

Il governo può affrontare il pasticcio del decreto dignità solo creando un mercato del lavoro più fluido

8 Agosto 2018 alle 16:44

La dignità che manca

Foto Imagoeconomica

Al direttore - Il decreto dignità (d.l. n. 87 del 2018) malgrado la narrazione collettiva, non cambia il corso del nostro diritto di lavoro. Non è affatto la miccia per il conflitto tra il regime protezione della stabilità del posto di lavoro, c.d. job property, e quello di c.d. flexicurity, in cui questa protezione manca a fronte di ammortizzatori sociali teoricamente universali.

 

Ed infatti, questo conflitto è bello che consumato, con vittoria del secondo dei due regimi e buon pace del primo, sin dal 2015, quando il Jobs Act, con il contratto a tutele crescenti, ha ridotto al lumicino la possibilità di reintegra per il lavoratore illegittimamente licenziato e dunque spazzato via l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella versione “Fornero”. Il decreto dignità, semplicemente, coronando la vittoria del regime di flexicurity, incentiva le assunzioni con contratto a tutele crescenti (e dunque a tempo indeterminato), a scapito di quelle con contratto a termine, e quindi mette in concorrenza due strumenti di flessibilità lavorativa ovvero lavoratori, giusto o sbagliato che sia, ugualmente privi delle garanzie del passato.

 

E così, soprattutto, il decreto irrigidisce il ricorso al contratto a tempo determinato e, ad esempio, prevede l’obbligo di causale per i contratti a termine della durata superiore a 12 mesi, una durata massima di 24 mesi, un limite massimo di 4 proroghe, e un correlato aumento del costo contributivo.

 

Detto questo, è vero il rischio che questo decreto si traduca in un gioco a somma zero per il rilancio dell’occupazione, cioè l’obiettivo che esso si pone.

 

Il contratto a tutele crescenti, infatti, dato il superamento del regime di job property, è convenuto molto alle imprese sin dalla sua introduzione nel 2015 e dunque a prescindere dalle nuove misure.

 

E’ convenuto così tanto che secondo il Ministero del Lavoro, negli ultimi anni, sono di per sé diminuiti i contratti a termine di durata superiore a 12 mesi: da 538mila a 492mila, in favore, presumibilmente, di rapporti di lavoro a tutele crescenti. Sono aumentati, infatti, secondo gli ultimi dati Istat sull’occupazione, soltanto quelli della durata da 1 a 30 giorni e da 31 a 90 giorni.

 

In altre parole, le imprese tendono, ormai da anni, ad assumere a termine soltanto per brevissimi periodi e a tempo indeterminato negli altri casi, consapevoli della possibilità di recedere in tale ultima ipotesi a fronte del rischio non di una reintegra ma di un’indennità risarcitoria moderata in favore del lavoratore, e della decontribuzione legata al contratto a tutele crescenti.

 

Se cosi stanno le cose, la ricetta per il rilancio dell’occupazione è necessariamente un’altra. Si tratta di creare, prima ancora che una nuova disciplina dei rapporti di lavoro, un mercato del lavoro ricco di occasioni lavorative e dunque fluido, come quello dell’Europa del Nord, dove la flessibilità non si è mai trasformata in precarietà perché il tempo che intercorre tra la perdita della vecchia occupazione e il reperimento di una nuova è, in media, di soli sei mesi.

 

E così, venuto meno il contratto a tutele crescenti, il lavoratore dovrà ritrovarsi in tasca non soltanto l’indennizzo eventualmente percepito ma anche la possibilità di reperire presto un nuovo lavoro.

 

Quale migliore occasione, a questo fine, che quella di cavalcare oggi le potenzialità della rivoluzione tecnologica? Assolombarda, ad esempio, stima che, in Italia, Industry 4.0 può determinare un aumento di posti di lavoro nel settore manifatturiero di circa il 10 per cento.

 

In definitiva, in questa situazione, al governo sono richiesti interventi sul lavoro, più che di maquillage legislativo, ispirati ad una visione olistica e di lungo periodo, nell’ottica di rodare il nostro neonato sistema di flexicurity e di renderlo un modello efficace sul piano dell’occupabilità.

 

Per questo, gli articoli di legge non bastano. In fondo, essi come scriveva Calamandrei, sono soltanto “figli mandati per il mondo in cerca di fortuna”.

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