Il moralismo è incompatibile con l’efficienza

Redazione

Più ci avviciniamo alla sessione di bilancio, più la maggioranza sovranista alimenta l’aspettativa che le promesse elettorali troveranno realizzazione. Il costo del programma di governo era stato quantificato dall’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli in oltre 100 miliardi di euro. Perfino i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sanno che non possono spingersi a tanto, ma insistono almeno per avere un sostanzioso antipasto, a dispetto della cautela del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Rispetto alla campagna del 4 marzo, però, si osserva una discontinuità sempre più stridente.

  

All’epoca, infatti, gli impegni a realizzare la flat tax (Salvini), il reddito di cittadinanza (Di Maio), e la controriforma della Fornero (entrambi) si accompagnavano alla retorica sui tagli agli sprechi. A volere essere generosi, era un modo di parlare anche a quella parte di elettorato che capisce che non possono esserci maggiori spese o minori entrate senza aggredire la montagna della spesa pubblica. Pur chiudendo gli occhi sui vincoli europei e immaginando un incremento del deficit, del resto, la costosa politica economica gialloverde presuppone rimettere in discussione l’organizzazione dello stato. Invece, niente: tutto quello che resta sono pochi e insignificanti gesti simbolici, dal taglio dei vitalizi alla rottamazione dell’Air Force Renzi. Per il resto, non solo Salvini e Di Maio non sembrano avere alcuna intenzione a rivedere la spesa, ma ne difendono l’attuale composizione e livello, lamentandosi semmai che non basta. Sarebbe riduttivo chiamarla semplicemente conservazione: il governo del cambiamento non si accontenta di difendere lo status quo, vuole “more of the same”. Come prima, più di prima.

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