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"Il dl dignità fa paura e produrrà tutto meno che occupazione"

Siamo preoccupati, non politicizzati. Parlano i big della Confindustria del nord, in collera con Salvini sul lavoro 

7 Agosto 2018 alle 11:40

Delusi e in collera. I rappresentanti delle confindustrie del nord difendono imprese e lavoratori dalle intemerate anti economiche che la Lega non sa (o non vuole) fermare
    


La Lombardia pesa per il 21,8 per cento del pil, pari a oltre 366 miliardi di euro, e il 40 per cento dell’export nazionale. Il sistema confindustriale nella regione conta 30.500 imprese per 1 milione e 300 mila addetti. 


  

“Voglio esprimere la forte e motivata contrarietà dell’industria lombarda – che è considerata, e a ragione, il vero motore dello sviluppo economico-sociale non solo della Lombardia ma anche dell’Italia – in relazione ad alcuni punti del cosiddetto decreto ‘dignità’. In particolare gli aspetti legati a precarietà, contratti a termine, licenziamenti, delocalizzazioni, che fanno paura e che produrranno tutto meno che occupazione”, dice Marco Bonometti con l’intenzione di ricordare al ministro Salvini quali siano le preoccupazioni condivise dai confindustriali.

  

“La precarietà – dice attaccando la presunta ratio del decreto – è la conseguenza di un’economia debole, non ne è la causa. Sono molti i paesi economicamente forti e sviluppati in cui il rapporto di lavoro non ha garanzia di durata, e dove si punta al rafforzamento dell’economia con decisione e in termini innovativi, non con la riscoperta di rigidità che nei lustri precedenti hanno dimostrato tutta la loro debolezza e l’inefficacia. Il resto è una conseguenza: nella generalità delle aziende industriali, anche in quelle piccole, la stabilità del rapporto di lavoro costituisce, per il datore di lavoro, un obiettivo primario, perché le professionalità dei lavoratori sono una delle componenti insostituibili e vero patrimonio delle aziende. Investiamo risorse importanti nella formazione, che la scuola dà a fatica e non sempre. Non siamo autolesionisti. Gli abusi vanno perseguiti là dove si verificano, non altrove. Altrimenti si producono fattori che introducono timori, che frenano idee di sviluppo, che mortificano chi decide a suo rischio di investire”. Il secondo punto è il contratto a termine, che il decreto limita nell’uso e nel tempo costringendo le imprese a liberarsi di lavoratori formati e affidabili che gli imprenditori, quando possibile, non esitano a passare a tempo indeterminato. “Il contratto a termine – dice Bonometti – si inquadra proprio in questo concetto, dell’investimento rischioso, ma con un rischio calcolato. L’investimento, nel sistema industriale, richiede ammortamenti di lungo periodo, certamente non di dodici mesi. Ridurre a dodici mesi il contratto a termine è scoraggiante, e sul piano occupazionale costituirà una remora, non uno stimolo. La reintroduzione delle casuali introduce elementi di incertezze nel rapporto contrattuale. Anziché semplificare, rendiamo la vita sempre più difficile alle imprese. L’introduzione di maggiori costi penalizzerebbe indistintamente tutti”.

  

Stesso discorso, in termini di riduzione dell’occupazione e rigurgito di una logica di padrone vs lavoratore che era stata archiviata con il Novecento, per i licenziamenti riguardo l’innalzamento del risarcimento. “Produrrà tre effetti – dice Bonometti – una prudenziale riduzione delle assunzioni non indilazionabili, la recrudescenza della conflittualità in azienda, l’esplosione delle vertenze in giudizio, con il conseguente scarso appeal per i nuovi investimenti in Italia”.

  

Alla fine arrivano le ‘delocalizzazioni’, ovvero la minaccia di sanzioni per chi dopo avere ricevuto incentivi o sgravi decide di spostare parte della produzione oltre confine, il che accade anche per ragioni di mercato, ovvero per tenere operativa la sede italiana e ridurre i costi di produzione anche solo temporaneamente. “Gli effetti possano essere particolarmente gravi – dice Bonometti – Ci sono aziende italiane, molte aziende, che hanno potuto salvaguardare la loro competitività delocalizzando le fasi della produzione ad alto contenuto di lavoro, per salvaguardare così le fasi a più alto contenuto tecnologico.

 

Così come ci sono aziende, non poche, che hanno ‘delocalizzato’ per una scelta strategica di mercato, di vicinanza ai clienti, di acquisizione di nuovi mercati. Esempi, eccellenti di aziende in un declino che appariva irreversibile e che adesso brillano sui mercati del mondo. Ovviamente, il ‘mordi, intasca e fuggi’ non fa parte del nostro patrimonio culturale, ma i modi per prevenirlo possono e debbono essere altri, certamente diversi dal colpire nel mucchio perdendo di vista l’interesse generale”. Infine, senza dirlo esplicitamente, si rivolge al ministro Salvini e alla Lega con la quale “a livello regionale abbiamo sempre avuto un rapporto di proficua collaborazione”, confidando che anche da queste considerazioni si convinca che le preoccupazioni degli imprenditori, non sono né “politicizzate” né lievi. “C’è sempre tempo di riflettere e ripensare per le persone intelligenti – conclude – E’ all’intelligenza di queste persone che mi rivolgo con questo appello finale”.

   

Marco Bonometti, presidente Confindustria Lombardia

 

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