L’inconsistenza del reddito di cittadinanza

Luciano Capone

Roma. Alessandro Manzoni scriveva che “tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuori di stagione”. Il reddito di cittadinanza è sicuramente il più gagliardo dei provvedimenti del Movimento 5 stelle, ma soffre delle stesse limitazioni: non fa diminuire il bisogno di risorse economiche (anzi, il fabbisogno aumenta) e neppure le fa venire fuori dal paese (dalla mitica “Europa”). I limiti della proposta grillina si sono tutti manifestati martedì in commissione Bilancio, quando l’onorevole Germanà di Forza Italia ha proposto in maniera evidentemente provocatoria un emendamento che sostanzialmente era un copia-incolla del testo del M5s sul reddito di cittadinanza.

 

Inizialmente la sottosegretaria M5s all’Economia Laura Castelli, per evitare di bocciare la sua stessa proposta nel merito, ha espresso un parere contrario a nome del governo per la mancanza di una “relazione tecnica”. Ma quando le è stato fatto notare che la relazione tecnica dovrebbe farla proprio il governo e che le coperture le stesse individuate dal M5s, proprio lei che in tutti questi mesi ha lavorato per trovare le coperture ai provvedimenti del programma di governo, si è vista costretta a “ribadire il parere contrario per carenza di copertura”. Alla fine le castagne dal fuoco al M5s le ha tolte il presidente della Camera Roberto Fico, che in Aula ha respinto l’emendamento Germanà perché “completamente estraneo per materia” rispetto al decreto dignità, impedendo così al M5s di votare contro il proprio cavallo di battaglia.

 

In ogni caso l’episodio rivela l’inconsistenza del provvedimento simbolo del M5s. Per anni tutti i principali esponenti grillini, da Di Maio alla stessa Castelli, hanno ripetutamente garantito che il reddito di cittadinanza potesse essere approvato immediatamente, perché le coperture erano certificate e garantite: “Il reddito di cittadinanza si deve fare subito e le coperture ci sono perché le abbiamo individuate da anni”, dichiarava pochi giorni fa il vicepremier Di Maio. Ora la sottosegretaria Castelli, compagna di partito e di governo, che in prima persona ha trovato quelle coperture, è costretta ad ammettere che sono “carenti”.

 

Ma le contraddizioni non finiscono qui. Perché in tante altre circostanze il ministro Di Maio, affidandosi alle teorie economiche del suo consigliere economico Pasquale Tridico, ha dichiarato che delle coperture in realtà non c’è bisogno. Si farà tutto in deficit e per giunta rispettando le regole europee, attraverso uno schema di moto perpetuo delle risorse degno di un’incisione di Escher: almeno un milione di persone verranno pagate circa 800 euro al mese, in questo modo passerebbero dalla categoria “inattivi” a quella “disoccupati”, aumentando di conseguenza il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che a sua volta farà aumentare per le statistiche il pil potenziale, consentendo di “attivare risorse per 19 miliardi di euro”. Tutto finanziato in deficit, che magicamente si ripaga da solo, rispettando per giunta le severissime regole del Fiscal compact.

 

I limiti di questo meccanismo secondo cui, come spiega Tommaso Monacelli, i lavoratori “si iscrivono ai centri per l’impiego con i capelli biondi e ne escono con i capelli castani”, sono evidenti a chiunque conosca un po’ l’economia del lavoro e le regole europee.

 

Ma il punto vero è un altro. Attualmente il M5s ha ufficialmente due soluzioni per finanziare il reddito di cittadinanza, entrambe a loro avviso immediatamente attuabili perché compatibili con le regole italiane ed europee: una con tutte le coperture e una tutta in deficit. Nella realtà però non ce n’è nessuna. “Ma questa – direbbe sempre il Manzoni – è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva”.

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