La grande epopea dei Molinari, che osarono dire di No alla Coca-Cola

Maurizio Stefanini

Montagnana di Pinè. “Non si chiama sambuca: si chiama Molinari!”, diceva la pubblicità. “La sambuca l’ha lanciata mio nonno, nel 1945”, racconta al Foglio Mario Molinari, uno dei due fratelli proprietari dell’azienda che produce lo storico liquore. Ospite al workshop che la rivista Il Nodo di Gordio ha tenuto, dal 19 al 22 luglio, a Montagnana di Pinè e che quest’anno era dedicato all’agroalimentare, Mario Molinari ricorda i molti testimonial della sua pubblicità: “Sportivi come Panatta e Boninsegna, attori come Walter Chiari e Sydne Rome, quando era ancora pischella, come diciamo a Roma”. I suoi ricordi, però, arrivano ancora più indietro, a quando la sambuca fu inventata, nell’Ottocento, da Luigi Manzi: “Era un amico di Garibaldi, originario di Ischia, che si era poi stabilito a Civitavecchia. Non è certo che mio nonno abbia lavorato con lui: lo chiesi a mia zia, ma non mi diede risposte sicure. Tuttavia, tra ieri e oggi c’è qualche differenza: nella Manzi si usava l’anice verde, nella Molinari usiamo l’anice stellato. Manzi è un marchio tuttora esistente, ma solo a Civitavecchia, e rientra comunque nella nostra produzione”. E la pianta di sambuco? “Il nome lo inventò Manzi, mutuandolo dai bibitari che a Ischia vendevano acqua insaporita con le spezie e che venivano chiamati sambuchelli, e forse pure dal sambuco imbarcazione, che all’epoca era impiegato per il trasporto delle spezie. Il sambuco non sta nella ricetta, anche se la preparazione precisa non la conosco: il segreto è custodito solo da una persona per ogni generazione e ora, dopo mio nonno e mio zio Marcello, l’onere spetta a mio fratello”. Addirittura più rigorosi della Coca Cola, di cui si dice che conoscono la ricetta soltanto due persone per volta. “Pensi che proprio a mio nonno fu offerto di diventare distributore per la Coca Cola in Italia. Lui rifiutò, perché pensava che da noi non avrebbe avuto futuro. Forse è stato meglio così”, dice Molinari.

 

Il successo, infatti, è venuto lo stesso. “Abbiamo l’85 per cento del mercato delle sambuche nel settore di bar e ristorazione”. La sambuca, inoltre, fa parte di una famiglia molto vasta di liquori all’anice: “E’ la bibita mediterranea per eccellenza, cambia solo il contenuto di zuccheri. Sambuca e anisette francese sono più dolci. Il pastis, pure francese ma più secco, si consuma prima dei pasti. L’ouzo, ancora più secco, in Grecia è consumato durante i pasti, mentre in Germania dopo, come uno shottino”. L’arak libanese e il raki turco, invece, si bevono con l’acqua e in Italia c’è il classico caffè corretto alla sambuca. “In Spagna oltre all’anice si versano rum, brandy o Baileys”. Alcol di prima mattina? “Già negli anni Settanta avevamo una pubblicità di Walter Chiari che diceva: ‘Bere troppo fa male, bere male fa peggio, bevi poco ma bene’”.

 

E nel mondo anglosassone? “Ci stiamo espandendo, ma non sempre siamo il marchio leader. Purtroppo, ci sono molti prodotti fatti con coloranti artificiali anche in Europa, e l’Italia non riesce a impedirlo. La nostra casa distribuisce anche il Limoncello di Capri: sappiamo che l’80 per cento dei limoncelli venduti in Italia non sono fatti con i limoni, bensì con coloranti e aromi. Non c’è alcuna tutela”. Una ragione di amarezza alleggerita però dall’accordo, appena firmato, per la distribuzione in Italia del gruppo Rémy Cointreau. “Sono coinvolti anche altri prodotti, oltre al liquore alle arance: i cognac Remy Martin e Louis XIII, lo storico brandy greco Metaxa, il gin scozzese The Botanist. Abbiamo anche una distilleria di grappa in Friuli e il Vov, lo storico marchio di liquore che, nelle vecchie commedie napoletane, veniva somministrato al vecchietto che sposava una ragazza: in realtà, si usa in montagna per fare il bombardino, un cocktail riscaldato con Vov, rum o brandy e panna montata”. Cocktail con la sambuca ce ne sono? “E’ su quelli che stiamo basando la nostra espansione all’estero”. Qualche altra ricetta? “Quello che sta avendo più successo è il molijito: si tratta di un mojito alla sambuca per il quale mi sono ispirato a una ricetta che ho scoperto in Venezuela, quando ci si poteva ancora andare. Pesti il lime con la menta, aggiungi un quinto di Molinari, acqua liscia e riempi di ghiaccio. Poi c’è lo shakerato con il caffè, o il caldo freddo bianco nero: Molinari ghiacciata in frigo in un bicchiere lungo con un caffè espresso sopra. All’estero stiamo puntando anche sul resentin: si beve il caffè, poi si pulisce la tazzina con un po’ di sambuca”.

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