La Cassa dei desideri prenda una pausa

Redazione

La Cdp è la cassa dei desideri, ma forse di desideri ne ha già espressi troppi. E quelli pentastellati dovrebbero attendere. Sul Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli ricordava che la corresponsione alla Cassa di un margine di interesse più elevato sulle somme depositate presso il conto di tesoreria del Tesoro servì a compiacere gli azionisti. E’ una dinamica di remunerazione amministrativa, opposta a una di mercato (i tassi sono stabilmente bassi in tutto il mondo sviluppato), con cui il Tesoro ha fornito a Cdp maggiori munizioni per recenti operazioni borderline. L’acquisto di Saipem che non ha un utile stabile ma una perdita stabile, l’ingresso nel fondo di soccorso bancario Atlante, il soccorso di Trevi poi finita in rosso. Finché Eurostat non unirà i puntini di una partita di giro interstatale, per accorgersi magari che gli italiani stanno creando un circuito di raccolta e distribuzione di aiuti di stato, probabilmente andrà tutto bene. Ma non benissimo. La Cdp di stampo sovranista è ora chiamata a ulteriori forzature, ingresso in Alitalia (cui le fondazioni sono contrarie) e in Ilva con percentuali azionarie sufficienti per avere voce in cda. Anche una quota del 5 per cento potrebbe bastare. Ebbene, anche in questo caso, il precedente di Tim non è promettente: l’operazione è stata più onerosa perché esposta anzitempo dai media e ora è perdente perché l’azionista Cdp (come anche l’alleato Elliott e il rivale Vivendi) è sotto il prezzo di carico. All’epoca Cdp si mosse come un sol uomo contro i francesi di Bolloré. Oggi le due anime di governo, quella grillina e quella leghista, e quella di garanzia rappresentata dal ministero dell’Economia di Giovanni Tria, complicano la dialettica interna. Sarà più lontano il consenso. Tuttavia la Cdp non dovrebbe spingersi oltre i limiti, ma tornare indietro rispetto a quelli già superati.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.