Bye bye No Triv!

Redazione

Per organizzare e – forse – realizzare un progetto estrattivo in Italia ci vogliono, se va bene, almeno tre anni e qualche miliarduccio da investire. Per distruggere quel progetto basta una settimana di campagna social in stile #fangonelventilatore per organizzare un’ottusa opposizione popolare molto disinformata e altrettanto persistente. A volte i giornali danno una mano nell’opera di demolizione, a volte lo fanno pure i politici. Il mix è letale (chiedere alla ex Med Oil o alla British Gas). Nel 2016 in occasione del referendum per fermare il rinnovo delle concessioni per l’estrazione da piattaforme entro le 12 miglia dalla costa – il referendum No Triv – il Foglio diede notizia di un movimento di lavoratori del distretto oil & gas di Ravenna che si mobilitò sui social per fare notare a grillozzi, Michele Emiliano e luddisti vari, che il loro lavoro non era sporco ma utile a riscaldare l’Italia con il gas estratto in Adriatico.

 

Ebbene, dopo il flop referendario hanno ottenuto un’altra vittoria. Eni ha confermato l’impegno di investire 2 miliardi di euro nel rilancio delle attività in mare del distretto centro-settentrionale che fa capo a Ravenna: finora sono stati spesi circa 500 milioni che hanno favorito un incremento dell’occupazione nell’indotto del 25 per cento nei primi sei mesi del 2018 rispetto al 2017. In Basilicata, poi, altro epicentro della protesta No Triv, si prevede il record di estrazioni di petrolio e gas (quest’ultimo presente in quantità maggiori del previsto) entro il 2020, 10 miliardi di euro in valore. Dai militanti anti trivelle, invece, non si ode più nemmeno un cinguettio. Bye bye No Triv!

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