Un colosso di nome Tria

Redazione

Sul Foglio (28 giugno) scrivevamo che fortunatamente c’è un “vincolo interno” al governo rispetto a dichiarazioni fuori posto sull’euro, nomine ministeriali ardite, posizioni discutibili riguardo al posto dell’Italia in un contesto di economia aperta. Avevamo identificato nel ministro dell’Economia, Giovanni Tria, uno dei pilastri del vincolo interno – cioè italiano – insieme al Ragioniere generale dello stato, Daniele Franco, e al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Un terzetto di contenimento. Tria, diciamo ora, non è solo un pilastro. E’ un colosso: sta marcando a uomo ogni uscita incongrua dei suoi ministri capace di gettare pessima luce sull’Italia agli occhi degli investitori. Prima ha confermato che la permanenza dell’Italia nell’area euro non è in discussione.

 

Poi al ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, che parlava di “cigno nero” in merito a un’Italexit indotta dalla Germania, ha detto che “non considero i cigni neri sennò non dovrei mai uscire di casa perché potrebbe cadermi una tegola in testa e potrei morire”. Come dire, eventi nefasti e inattesi non sono contemplati, parlarne è da menagrami. Ieri Luigi Di Maio davanti alla Coldiretti diceva che “se anche uno solo dei funzionari italiani che rappresentano l’Italia all’estero continuerà a difendere trattati scellerati come il Ceta, sarà rimosso”. Un’ora dopo che il vice premier aveva parlato confermando che il Parlamento italiano non ratificherà l’accordo, Tria ha risposto (dall’estero) parlando all’Ecofin a Bruxelles: “La mia opinione personale è che il libero commercio, che si estende anche attraverso accordi commerciali, è sempre una buona cosa”. Se Di Maio dovesse davvero dare il benservito a Tria, darebbe solo un ennesimo colpo alla reputazione dell’Italia.

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