Il gioco delle tre monete

Francesco Lippi

L’idea di creare potere d’acquisto dal nulla stampando moneta affascina da sempre i neofiti dell'economia. Come un sarto che pensasse di aumentare le proprie scorte di tessuto misurandole in decimetri anziché in metri, i neofiti non capiscono che giocare con la quantità di moneta equivale a manipolarne il prezzo, la sua unità di misura, ma non il valore, ovvero i beni acquistabili con quei pezzi di carta.

 

Nascono da questo equivoco le proposte sulle monete “parallele”, “fiscali” o “complementari”, buoni da far circolare a fianco della valuta principale. Poiché l’euro non può essere creato dall’Italia in modo autonomo, la moneta parallela diviene lo strumento per aggirare questo vincolo sotto varie forme: “mini-bot” stampati per pagare i creditori dello stato, ovvero “titoli di sconto fiscale”, buoni utilizzabili in futuro per il pagamento delle imposte da distribuire gratuitamente ai cittadini. Per entrambi l'auspicio è che i buoni fungano da moneta, ovvero che siano accettati e utilizzati negli scambi tra privati, rivitalizzando gli scambi economici. Proposte simili furono discusse senza concretizzarsi in Grecia nel 2015 e furono messe in atto dalla provincia di Buenos Aires nel 2001 con la stampa del “Patacon”, una passività simile al mini-bot emessa per pagare dipendenti e fornitori.

 

Proviamo ad analizzare in modo semplice queste proposte per vedere oltre la cortina fumogena che spesso avvolge le teorie monetarie sviluppate da fantasiosi quanto ignoranti neofiti dell’economia. Cosa è e come funziona la moneta parallela? si possono dare diversi casi. Il primo è che la moneta non funzioni, nessuno la accetti, e diventi subito carta straccia. E’ successo col Napo, stampato dal comune di Napoli nel 2012, e con il Marso, ideato dal comune di Avezzano il cui lancio nel 2013 fu accompagnato da accattivanti motti che lasciavano presagire la fine di ogni ingiustizia (“dal denaro al donare”, “signore e signori il signoraggio s’ignora”). Ma qualcosa non ha funzionato ed entrambe le monete sono scomparse. Questo succede quando i cittadini non si fidano dei buoni-moneta ricevuti, convinti che nessuno li accetterà come pagamento: nonostante la forte antipatia verso l’euro, gli italiani sembrano essere ancor più avversi ai suoi surrogati, finendo col preferire la moneta di Mario Draghi a quella stampata dal sindaco.

 

Proprio per evitare l’effetto carta straccia le amministrazioni più esperte in alchimie monetarie accompagnano l’introduzione della moneta parallela all’annuncio che questa verrà accettata come pagamento di imposte future (come nel caso del Patacon). E’ un caso interessante perché i buoni adesso hanno un valore “reale” in quanto almeno un soggetto (lo stato) li accetta come mezzo di pagamento. Se il livello generale dei prezzi rimane invariato l’emissione di moneta fiscale distribuita gratuitamente ai cittadini è analoga ad una riduzione delle tasse, come spiegato meticolosamente dall’analisi di Roberto Perotti su Lavoce.info. Si possono avere idee diverse sui benefici dei tagli alle imposte, e le loro conseguenze sui saldi di bilancio, ma sarebbe meglio chiamare le politiche economiche col loro nome invece di nasconderle dietro a fantasiose etichette. Di certo non basta un nome a confondere risparmiatori e mercati, che sarebbero come al solito veloci nel valutare le prospettive di solvibilità del paese.

 

Un terzo caso prevede la stampa di mini-bot per rimborsare le imprese creditrici dello stato. Si tratta di un’operazione che sostituisce una passività dello stato (l’impegno a pagare le imprese creditrici) con un’altra (il mini-bot). Da un punto di vista sostanziale, come sostituire una cambiale da 100 euro con due da 50. Se gli attuali crediti vantati dalle imprese sono illiquidi perché dovrebbe essere diverso per i mini-bot? Meglio sarebbe allora una emissione di BoT (non mini) per liquidare alle imprese quanto loro dovuto in euro sonanti. Ritenere utili i mini-bot perché, secondo le statistiche europee, non rientrerebbero nel computo del debito pubblico è risibile. Un formalismo contabile non vale niente rispetto alla sostanza economica che determina il costo reale del nostro debito pubblico. I risparmiatori guardano ai fatti: la sostituzione di impegni di pagamento di un tipo con impegni di altro tipo lascia la situazione di finanza pubblica invariata.

 

Un ultimo caso è quello in cui “moneta-fiscale” e “mini-bot” risultino essere liquidi e accettati negli scambi tra privati, finendo con l'aumentare la quantità di strumenti di pagamento, proprio come auspicano i proponenti di questi schemi. In questo caso il livello dei prezzi risponderebbe all’accresciuta quantità di moneta, come succede a seguito di grandi iniezioni monetarie (si studino il Venezuela e la Turchia per istruttive esperienze recenti). Il conferimento della nuova moneta a un gruppo particolare di cittadini, quali i creditori dello stato o i dipendenti dell’amministrazione pubblica, aumenta il loro potere d’acquisto a spese di quelli che non ricevono il trasferimento. Questo perché la nuova moneta genera un aumento dei prezzi che riduce il valore dei saldi monetari di chi non la riceve. E’ una politica analoga in tutto a una nuova imposta (equivalente alla tassa da inflazione) a beneficio di un gruppo particolare.

 

In sintesi, l’illusione di stampare moneta parallela per accrescere il potere d’acquisto dei cittadini si fonda su una scarsa comprensione del bilancio pubblico (non capire che un buono fiscale significa meno imposte future) e dell’economia monetaria (ignorare che aumenti massicci dell’offerta di moneta creano inflazione). La spasmodica ricerca di artifici finanziari, da sempre popolare nel nostro paese, non servirà a cambiare la sostanza di un’economia che esclude molti dal lavoro e genera salari mediamente bassi. I cittadini hanno poca moneta perché sono impiegati in lavori a basso valore aggiunto, non viceversa. La soluzione deve essere cercata in occupazioni meglio qualificate e in imprese più produttive, non nel nome o nel colore dei pezzi di carta usati nelle transazioni.

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