Il vice di Di Maio ci spiega perché “il decreto dignità è insufficiente”

Valerio Valentini

Roma. Che il decreto dignità, per come è ora, “non è sufficiente”, e che “va migliorato”, Dario Galli lo dice a metà del colloquio. Prima, il sottosegretario leghista al Mise ci tiene a “esporre due premesse doverose”. E sia. “Primo: in campo economico questi primi provvedimenti servono a dare innanzitutto un indirizzo, e far capire dunque che la volontà del cambiamento è reale”. E insomma il vice di Di Maio – leghista delle origini, quattro legislature alle spalle, per dieci anni sindaco della sua Tradate e per sei alla guida della provincia di Varese – la prende alla larga. “Ma no. E’ che voi vorreste farmi litigare con Di Maio. Invece bisogna argomentare. Ecco, allora, la seconda premessa. “Esistono quote di lavoratori assolutamente privilegiate: i dipendenti pubblici. E poi decine di migliaia di occupati in aziende italiane più prestigiose nel mondo, come Ferrari o Lamborghini, che godono, per loro meriti, di una certa tranquillità”.

 

Prosegue Galli: “Questo governo vuole impegnarsi per dare dignità in primo luogo a categorie più svantaggiate. Da un lato quelli che, marocchini o pugliesi che siano, raccolgono pomodori per dieci euro al giorno. E dall’altro quelli che formano il corpaccione delle piccole e medie imprese: datori e dipendenti”. Liquidate le premesse, Galli viene al punto. E afferma che no, “il decreto elaborato da Di Maio non è sufficiente”. Il motivo principale? “L’aggravio contributivo dello 0,5 per cento sui rinnovi dei contratti a termine, che pure si aggiunge a un 1,4 per cento già voluto dalla sinistra, risponde alla volontà del M5s”. E dunque? “E dunque, ma a livello del tutto personale, propongo che anziché mettere una penalizzazione del genere, s’introduca uno sgravio di mezzo punto come premio per chi stabilizza i contratti a termine. E’ una modifica piccola, lo so, ma significativa”.

 

E insomma se Di Maio dice di aver licenziato il Jobs Act, Galli auspica una sostanziale continuità col governo precedente? “Le decontribuzioni – precisa il leghista – non stavano nel Jobs Act. Ma comunque, capisco il ragionamento e dico che quello della continuità non è un problema. Se a ridurre le tasse fosse Rifondazione comunista, non per questo io m’impegnerei per rialzarle”. Ora restano sessanta giorni, per modificare il decreto. “Valuteremo, a livello di partito, come agire”. Di Maio, in verità, ha già detto che grosse correzioni non saranno ammesse. “Il decreto non va stravolto, infatti. Ma integrato. Sarebbe doveroso, nella fattispecie, adoperarsi per ridurre il peso della burocrazia. Ne dico una? L’obbligo di redigere l’elenco clienti-fornitori va abolito”. Da varesotto attento alle istanze del suo territorio, oltreché da ex membro del cda di Finmeccanica, Galli dice che “per guadagnare la fiducia degli imprenditori servono appunto tre cose: ridurre cuneo fiscale e burocrazia e introdurre la flat tax. Con un obiettivo che poi è uno solo: la crescita”. E per farlo, “bisogna convincere anche i tecnici della Ragioneria dello stato che si deve per forza rompere qualche paradigma”.

 

Un messaggio a Via XX Settembre? “Non siamo mica venuti giù dalla Val Brembana con la piena: come va il mondo lo sappiamo. Ma serve coraggio, oltre al buonsenso. Se continuiamo ad adottare le regole e i dettami che hanno incartapecorito l’Italia dal primo gennaio 2002 a oggi, non si va da nessuna parte”. Il ministro Tria è assai cauto. “Vogliamo ridurre il rapporto deficit-pil? Allora puntiamo tutto sulla crescita, anziché esultare per gli zero virgola in più. Sennò nel 2040 saremo a metà strada tra l’Algeria e l’Egitto”.

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