Un decreto di propaganda

Redazione

Il “decreto dignità” nella parte riguardante le delocalizzazioni di impresa vorrebbe funzionare da deterrente per le aziende che, ricevuti incentivi vari, spostano impianti e produzioni all’estero. L’idea di ridare agli italiani quello che non è usato dagli italiani – ovvero contributi senza conservazione dei posti di lavoro – ha un appeal mediatico (ed elettorale) notevole. Tuttavia, stando alle ultime bozze del decreto arrivato lunedì al Cdm gialloverde, le controindicazioni sono numerose. Anzitutto il governo ammette di non conoscere nel dettaglio il fenomeno “delocalizzazione” perché “non esistono statistiche ad hoc e complete”. Tuttavia dice che “negli ultimi anni è aumentato il numero di imprese” che vanno oltre confine. Ovvero multinazionali e grandi aziende che, in quanto tali, sono transnazionali.

 

A prescindere che sia giusto o sbagliato tentare di guidare processi di mercato per legge, il decreto apre un contenzioso su cosa significhi delocalizzare perché le ristrutturazioni sono processi lunghi e sfaccettati. E ci si può chiedere se il fenomeno sia davvero dannoso: a volte spostare parte della produzione serve per salvare la casa madre e conservare posti di lavoro, l’alternativa è la chiusura. Senza contare che il fenomeno degli ultimi anni non è la “fuga” ma il rimpatrio (“reshoring”). E’ poi critica la retroattività quando si parla di restituzione degli incentivi e di eventuale sanzione pecuniaria. Soprattutto perché l’interpretazione di incentivo è estesa anche a chi ha beneficiato di sgravi per investimenti in ricerca e sviluppo: sono incentivi che non sono un contributo cash ma ridurranno l’imponibile nel periodo successivo e sono automatici. Un capolavoro di propaganda, non di politica industriale.

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