Di Maio alla prova Alitalia

Redazione

Passate le amministrative e verificato che il bilancio del M5s è stato ben diverso dal successo leghista – i grillini hanno conquistato Imola e Avellino ma hanno perso Ragusa e un paio di popolosi municipi romani, dove amministravano – Luigi Di Maio in versione ministro dello Sviluppo economico ha l’occasione di mettersi a governare: rispondere sì alla lettera inviatagli da Lufthansa per acquisire Alitalia. Se Carsten Spohr, ceo della settima compagnia aerea del mondo, terza per traffico internazionale, mette nero su bianco “l’interesse strategico” per il nostro vettore, sarebbe lesivo dell’interesse nazionale e dei contribuenti lasciar cadere l’offerta. Ancora più in nome del sovranismo aereo, pur evocato nel già disatteso contratto di governo.

 

I commissari liquidatori di Alitalia hanno annunciato ad aprile un più 4 per cento nei ricavi, ma la compagnia ha in cassa 769 milioni a fronte dei 900 di prestito-ponte erogato da tutti noi. E manca di strategia (e dunque anche capacità di ottenere credito sul mercato) a causa dell’assenza di un solido partner industriale. Lufthansa accetterebbe come socio di minoranza la Cassa depositi e prestiti, benché Giuseppe Guzzetti a nome delle fondazioni bancarie che hanno designato alla presidenza della Cdp Massimo Tononi dica di opporsi “ad operazioni strane su Alitalia che mettano a rischio il risparmio degli italiani”. Il predecessore Claudio Costamagna, sempre indicato dalle fondazioni, era più elastico, ma vabbè. Né la Cdp né qualsiasi altro soggetto pubblico possono comunque improvvisarsi esperti di trasporto aereo, un know how che Lufthansa ha ben forte, avendo chiuso il 2017 con 3,15 miliardi di utili, il doppio di due anni prima. C’è il nodo dipendenti: i tedeschi vorrebbero ridurre a 7 mila gli 8.200 della parte volo. Quanto all’indotto, Fiumicino che resterebbe hub principale ha già mostrato di svilupparsi indipendentemente da Alitalia; Malpensa lo fa da anni. Naturalmente Di Maio vorrà salvare, come da programma, tutti i posti di lavoro, ma è pagato per trattare e sporcarsi le mani. Prima di far saltare il tavolo è bene ricordare che il nazionalismo aereo ha già portato male ad Antonio Di Pietro con la hostess pasionaria Maruska Piredda, e perfino al Cav. ruggente dei capitani coraggiosi.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.