Invitalia, l’“agente provocatore” degli investimenti. Parla l’ad Arcuri

Renzo Rosati

Roma. “Una delle principali abitudini nazionali è criticare chi fa. D’altra parte, come diceva Federico Caffè, poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo o vessatorio”. Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, dice al Foglio che nel suo raggio d’azione il cambio di stagione politica può incidere. “Il governo ha il diritto di decidere, i manager pubblici il dovere di eseguire”. In che senso? “Il pil ha ripreso a crescere, non ancora come vorremmo. Serve sempre di più che l’intervento pubblico affronti i principali nodi dello sviluppo, e quando ci troviamo di fronte a investimenti che restano potenziali, le ragioni sono sempre le stesse. La prima: il tempo. Siamo ancora troppo lenti. La seconda: il ritardo infrastrutturale. Questi primi due elementi ci rimandano alla madre dei nostri guai: la burocrazia. Le procedure confuse, il profluvio di leggi inutili, i tempi di attraversamento. La pubblica amministrazione che non collude con i cittadini. Che vi si contrappone. Che non è parte, ma controparte. E infine non è vero che le aziende, solo per il fatto di essere straniere, non sbagliano”.

 

“A Portovesme abbiamo individuato nella svizzera Sider Alloys un investitore con un buon piano industriale. A Termini Imerese Blutec non ha investito e abbiamo chiesto indietro 20 milioni. Embraco faceva utili, Whirlpool ha deciso di andare in Slovacchia, siamo intervenuti per salvare 430 posti”

Arcuri cita quattro casi recenti di intervento di Invitalia. “L’americana Alcoa cinque anni fa decise che non voleva più produrre alluminio in Italia, pur essendo il paese importatore netto. Una scelta di non-logica che ha bloccato l’impianto di Portovesme, con tutte le ricadute che sappiamo. Per contrastare chi profetizzava per la Sardegna un futuro solo agricolo o di campi da golf, abbiamo individuato nella svizzera Sider Alloys un investitore con un buon piano industriale. Si sta ripartendo. Smetteremo di importare alluminio: è un esito virtuoso, non assistenzialistico”.

 

Il caso inverso rischia di essere Termini Imerese, la ex fabbrica Fiat. “Il sito, a differenza degli altri risanati da Sergio Marchionne, non era più considerato strategico. Abbiamo trattato la sua riconversione con Blutec, azienda di componenti auto che però, finora, non ha investito quanto promesso. Allora Invitalia, con una decisione necessaria, ha richiesto i 20 milioni di denari del contribuente dati in acconto e sospeso il contratto di sviluppo. Stiamo cercando di rinegoziare condizioni e presupposti dell’investimento. Niente elemosine ma consapevoli del potenziale enorme problema occupazionale”. Poi c’è l’Embraco, azienda controllata da Whirpool. “La multinazionale ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia dove il lavoro costa meno, malgrado qui facesse utili. Siamo intervenuti per garantire continuità ai 430 dipendenti e stiamo trattando con una joint venture israeliana-cinese, che auspichiamo ricollochi la totalità della manodopera, peraltro qualificata. Delocalizzare solo per risparmiare sul costo del lavoro può non essere la scelta giusta; l’est europeo non è sempre la nuova frontiera, e tutto questo non sempre è mercato”.

 

Arcuri fa un altro esempio: “Due anni fa la Volkswagen comunicò che il nuovo Suv Lamborghini sarebbe stato prodotto a Bratislava. Invitalia si sedette a un tavolo con i manager di Wolfsburg, il governo di allora e gli amministratori dell’Emilia-Romagna, che garantirono ciò che serviva per rendere competitivo l’impianto. Risultato: un nuovo investimento e il Suv di lusso, un’eccellenza del made in Italy, si fa a Sant’Agata Bolognese”. Vicende diverse, ma qual è il denominatore comune? “Che il mercato non sempre ce la fa da solo. E che lo stato non deve mai rimpiangere il tempo in cui si sostituiva al mercato. Deve promuovere, provocare, accompagnare gli investimenti, se possibile con un occhio al valore del tempo, al labirinto della burocrazia e senza dimenticare che siamo un paese fratturato: un terzo degli abitanti, quello meridionale, produce solo un quarto del pil. Ma aggiungo un altro elemento: la percezione che diamo di noi. Offrire un’immagine di maggiore legalità, sicurezza conta, è più attrattivo anche per gli investimenti. Anche perché esiste un nord del sud, come un sud del nord: la Campania per esempio ha incrementi di pil quasi pari al resto d’Italia, c’è una ripresa d’imprenditorialità che non va lasciata cadere. Nel 1945 Keynes scriveva a Thomas Eliot: ‘Il compito principale per creare sviluppo è scatenare anzitutto la convinzione intellettuale, e solo dopo trovare i mezzi’. Penso sia davvero questo l’obiettivo principale dell’intervento pubblico, e quindi di Invitalia: diventare sempre più promotori e motivatori”.

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