L'ultima battaglia di Pierre Carniti contro il declino gialloverde

Giuliano Cazzola

Pierre Carniti è scomparso, nelle stesse ore in cui un homo novus venuto dal Nulla dell’Italia profonda, chiedeva al Senato la fiducia per il governo gialloverde e per il suo programma-Stamina e veniva accolto da applausi scroscianti come se la Camera Alta si fosse improvvisamente trasferita nella Corea del Nord.

 

Confesso che ho provato per il mio amico Pierre un po’ di invidia, perché una persona come lui (ma forse parlo per me) non era più in grado di riconoscersi in un Paese che ha mandato al potere - con il voto di tanti lavoratori - gli alleati di Marine Le Pen ed una banda di ragazzotti che compensano con l’arroganza la loro pochezza intellettuale e politica.

 

Carniti aveva compreso la deriva su cui stava scivolando l’Italia, tanto che nell’ottobre scorso aveva voluto inviare ai dirigenti sindacali delle confederazioni storiche una lunga lettera nella quale denunciava i rischi di un’involuzione politica e sociale. “La recente sortita di Di Maio - scriveva Carniti -, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate. L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti – continuava Pierre - a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato’’.

 

Di questo declino Carniti indicava anche i principali motivi sia per quanto riguardava per politiche rivendicative e sociali, ma soprattutto la colpevole mancanza di una strategia per l’unità sindacale. Già l’unità sindacale: la grande aspirazione di quella generazione di sindacalisti che presero il posto di coloro che non riuscirono a difendere l’unificazione precaria concordata tra le principali forze politiche antifasciste con il Patto di Roma. Carniti e gli altri arrivarono ad un passo da realizzare un processo di unità che nasceva dal basso, attraverso la partecipazione democratica dei lavoratori. Ma furono sconfitti.

 

Quando lasciò la direzione della Cisl - dopo lo scontro vittorioso con la Cgil ed il Pci nel referendum sulla scala mobile - nel suo indirizzo di saluto, Carniti volle ricordare le parole di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Lo attendevano altre esperienze come parlamentare europeo, come leader di una piccola formazione politica, e infine come protagonista di iniziative di volontariato e di riflessione culturale sui temi del lavoro e del sindacato. Ma il profilo di Pierre Carniti rimane scolpito, insieme a quello di Bruno Trentin e di Giorgio Benvenuto, nella epopea dei metalmeccanici dell’autunno caldo e nel contributo da loro fornito al rinnovamento del sindacato e delle relazioni industriali.

 

Chi scrive ha avuto il privilegio di appartenere a quella generazione, di vivere quelle esperienze, di lavorare a fianco di personalità che hanno fatto la storia di questo Paese. Addio Pierre, i vecchi soldati non muoiono mai; scompaiono solo nella nebbia, da cui fanno ritorno quando c’è bisogno di loro. Quando era ancora alla Fim di Milano, Carniti aveva fondato una rivista intitolata “Dibattito sindacale”, che io, giovane sindacalista della Fiom, leggevo sempre con grande interesse. Vi era riportata una frase di un dirigente laburista inglese (mi pare si chiamasse David Crossman) che mi è rimasta impressa come una regola di vita. Non sono più stato in grado di ritrovare quel testo. Ne ricordo però il senso. Diceva che la libertà sarà sempre in pericolo e le nazioni rischieranno di perdere il loro benessere se una minoranza non si assumerà la responsabilità e non troverà il coraggio di contrastare l’arroganza dei potenti e l’apatia delle masse. È rimasto questo l’impegno categorico a cui Pierre ha dedicato l’esistenza. Ed è un impegno che è tanto più valido oggi, nel “tempo degli Unni”.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.