Ci serve un ministro dell’Innovazione per restare incollati al futuro

Stefano Quintarelli

Un ministro e una commissione parlamentare per l’innovazione, per cercare di agganciare il treno del futuro. Tutti ricordiamo il cartone animato I pronipoti (“The Jetsons”). Erano nati negli anni 60, nell’utopia tecnologica della conquista dello spazio che permeava la società. Letteratura, cinema, arredamento, abbigliamento, automobili… Tutto evocava la terra promessa! In una certa misura, credo che oggi viviamo una simile euforia per quanto riguarda le aspettative dall’informatica e credo che talvolta lo stato prenda decisioni discutibili, perdendo di vista i valori profondi della nostra società. Una focalizzazione su questi temi di una parte del Parlamento consentirebbe di sfruttare i benefici concreti, come è avvenuto con il piano Industria 4.0, riducendo il rischio di errori di policy. E’ stata divulgata qualche giorno fa la notizia dell’installazione a Cardiff di un sistema di riconoscimento facciale per riconoscere note “teste calde” in occasione di un’importante partita di calcio. Il sistema ha consentito di identificarne ben 173. Un successo? Tutt’altro! Ne ha anche identificate, sbagliando, altre 2.297. Immaginatevi che mentre vi state recando a un appuntamento importante di punto in bianco veniate fermati per accertamenti perché un sistema di intelligenza artificiale ritiene che potreste essere degni di attenzione, imperscrutabilmente nelle sue motivazioni, quasi sempre errate. Immaginate l’effetto con i vostri clienti e fornitori se il vostro nome finisse così sul web tra i fermati. Una cosa simile non è accettabile nella nostra tradizione di stato di diritto. Eppure anche il governo italiano ha deciso di investire in queste tecnologia sulla promessa che consentirà di individuare i cattivi, in assenza di un quadro regolamentare che ne definisca lo scrutinio opportuno e ne puntualizzi i limiti di accettabilità.

  

Quando, forte di una pressione dell’opinione pubblica, viene prospettata una soluzione medica taumaturgica, il decisore politico si rivolge a un comitato di esperti, rigorosamente indipendenti da chi propone tali soluzioni, e poi si attiene alle sue conclusioni. Altrettanto non accade quando si tratta di tecnologia. Soluzioni e norme che le recepiscono sono adottate sulla base delle promesse dell’industria che le propone, nella speranza di risolvere un problema espresso dall’opinione pubblica. Per restare in ambito medico, è di qualche giorno fa la notizia di un gruppo di ricerca che ha riscontrato che alcuni dispositivi medici impiantabili comunicano con dispositivi di controllo all’esterno del paziente mediante un collegamento wireless, con una comunicazione in chiaro e non protetta da password. Cosa potrebbe chiedere di meglio chi volesse compiere un attacco? Purtroppo, a differenza di molti altri paesi Ocse, nel governo e in Parlamento i temi dell’innovazione sono sparsi tra molte funzioni e commissioni parlamentari e occupano un tempo residuale di parlamentari e funzionari. 

   

L’innovazione tecnologica è un fattore essenziale per l’Italia; è il fattore determinante per far compiere alla nostra società, penalizzata da invecchiamento e demografia sfavorevole, il recupero di produttività che ci consenta di mitigare i costi sociali ed economici del debito monstre che ereditiamo dal passato.

  

E’ di questi giorni l’appello dell’Associazione Copernicani, di cui faccio parte, per l’istituzione di un ministro e di una commissione parlamentare per l’innovazione, per cercare di rimanere agganciati al treno del futuro. L’iniziativa è stato commentata favorevolmente da parlamentari di tutti gli schieramenti, da D’Incà del M5s a Palmieri di Forza Italia, ad Ascani del Pd, ma anche da ex presidenti come Romano Prodi, Luciano Violante e persino da Cottarelli.

  

Quanto possiamo rinviare l’istituzione anche in Italia di un ministero per l’Innovazione e una Commissione permanente per l’innovazione, dedita a focalizzarsi con competenza sulle opportunità del futuro e non sui problemi del passato?

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