Al mondo, in fin dei conti, serve più capitalismo, dice Yunus

Maurizio Stefanini

Roma. Premio Nobel per la Pace nel 2006, il “banchiere dei poveri” Muhammad Yunus ha di recente fatto scalpore per un suo duro attacco al reddito di cittadinanza. E’ una critica che conferma anche al Foglio, che lo ha sentito al suo arrivo in Italia all’inizio di una tre giorni dedicata alla presentazione del suo ultimo libro, Un mondo a tre zeri (Feltrinelli). “Lo stato e la società hanno la responsabilità di prendersi carico degli individui che sono in crisi o in difficoltà, e su questo concordo. E’ qui che si trova la giustificazione per il welfare o per il salario minimo. Ma bisogna insistere sul fatto che questa è solo una parte della soluzione. L’altra è che la gente non può rimanere a carico beneficenza per tutta la vita. Magari per generazioni! Gli esseri umani sono stati creati per essere attivi. La vera soluzione è aiutarli a esserlo. Capisco che con l’intelligenza artificiale che distrugge posti di lavoro si possa pensare di rispondere creando un reddito universale garantito. Ma io non credo che il destino dell’essere umano stia nell’essere mantenuto. L’essere umano è stato creato per coltivarsi, e il lavoro ne è lo strumento. Più gli uomini riescono a essere imprenditori, più riescono a creare ricchezza, e più la loro personalità cresce”.

 

Oggi sarà a Roma dove interverrà all’Auditorium del Museo MAXXI. Il suo nuovo saggio è uscito in inglese l’anno scorso, a vent’anni da quel Banchiere dei poveri in cui aveva raccontato come l’economista di un’università del natìo Bangladesh avesse deciso a un certo punto di sporcarsi le mani con la realtà, inventando un sistema di “credito bonificato” per gli umilissimi altrimenti esclusi da ogni credito. Dieci anni dopo con Un mondo senza povertà Yunus aveva teorizzato la necessità di andare oltre anche il microcredito, a favore di un più ampio approccio di “business sociale”. “E’ un processo che va avanti”, ci spiega. “Il primo libro parlava del mio incontro con la povertà, e spiegava che il sistema finanziario era sbagliato perché negava l’accesso ai poveri, che sono oltre metà della popolazione del Terzo Mondo. In seguito ho capito che non era solo il sistema finanziario, ma ci sono anche altre cose del sistema capitalista che non funzionano per i poveri. L’attuale motore del capitalismo produce più danni che soluzioni e deve essere riprogettato pezzo per pezzo, o sostituito con un motore del tutto nuovo”.

 

Sembra un approccio quasi da no global, oltretutto in marcato contrasto con gli elogi che Yunus faceva alla globalizzazione dieci anni fa, come creatrice di ricchezza. Ma appunto il “banchiere dei poveri” tende a sottolineare che il suo “non è anticapitalismo. Il capitalismo resta un elemento molto importante. E la globalizzazione è parte della natura umana”. “Non credo che i ricchi diventino tali perché sono persone cattive”, scrive ad esempio nel libro. “Molte sono brave persone che semplicemente hanno utilizzato il sistema economico esistente per arrivare in cima alla scala, e molte di loro condividono il diffuso senso di disagio per un mondo così nettamente diviso fra ricchi e poveri. Ne sono testimonianza le grandi somme elargite a cause umanitarie sotto forma di donazioni a organizzazioni no profit o attraverso fondazioni filantropiche”. Per certi aspetti secondo Yunus ci vorrebbe non meno capitalismo, ma di più. Contro la vulgata del “neoliberismo” trionfante nel suo libro spiega che invece “i mercati globali di oggi, purtroppo, non sono totalmente liberi, e alcune delle restrizioni e delle distorsioni che ancora permangono hanno avuto conseguenze devastanti per le nazioni povere”. In compenso, Yunus condivide la discussa tesi di Piketty sull’aumento delle disuguaglianze, ma secondo lui “l’idea del Capitale del XXI secolo di risolvere il problema a colpi di imposizione progressiva è semplicistica. Il vero modo per ridurre la concentrazione della ricchezza non è quello di tassare i ricchi, ma di creare nuovi imprenditori. Tutti gli esseri umani dovrebbero diventare imprenditori”.

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