Tutto l’aroma della globalizzazione nell’accordo Nestlé-Starbucks

Maurizio Stefanini

Roma. “Una volta si diceva: quel che va bene per General Motors, va bene per l’America. Ora è quel che va bene a Starbucks che va bene per l’America”, spiegò nel 2009 la rockstar Alice Cooper in un’intervista a Esquire. “Lo Starbucks moment non è solo il momento speciale promesso dalla pubblicità ai consumatori della più grande società di caffetterie del mondo, ma anche un momento della storia degli Stati Uniti”, ha scritto lo storico Bryant Simon nel suo libro del 2011 Everything But the Coffee: Learning about America From Starbucks.

 

Un’icona americana ormai debordante negli aeroporti e nei centri commerciali, nei parcheggi e agli angoli delle strade, su YouTube, MySpace e sulle pagine di Facebook, in “Shrek 2” e in “Ti presento i miei”, nelle puntate dei Simpson e in quelle  di Sex and the City. Eppure è con la svizzera Nestlé che Starbucks ha siglato, lunedì, la grande alleanza. Un'alleanza che vale 7,5 miliardi di dollari e darà a Nestlé il diritto a commercializzare i prodotti del gruppo di Seattle.

 

La storia del caffè, però, c'entra poco sia con gli Stati Uniti che con la Svizzera. Il suo nome infatti deriva dall’altopiano etiopico di Kaffa, e tuttora l’Etiopia è il quinto produttore mondiale di caffè, con 384.000 tonnellate che nel 2015-16 rappresentavano il 3 per cento della produzione mondiale, il 34 per cento del suo export, il 60 per cento delle sue fonti di valuta e 15 milioni di posti di lavoro. Nero come il petrolio, qualcuno ha accostato il caffè al greggio indicandoli come i due carburanti su cui si basa la velocità del mondo moderno: l’uno per le macchine, l’altro per i cervelli delle persone. Più in generale il caffè è la terza voce più importante nei mercati mondiali delle commodities, appunto dopo petrolio-gas e acciaio. E non solo per l’Etiopia il caffè ha un’importanza economica pari a quella che ha l’“oro nero” per i paesi produttori.

 

Originario dell’Africa e simbolo della rivoluzione economica e intellettuale d’Europa, il caffè è stato nel recente passato soprattutto un prodotto delle Americhe. Ancora oggi, nella lista dei primi venti produttori, ci sono ben dieci paesi latino-americani. Il primo è il Brasile dove nel 1889 il passaggio dall’Impero alla Repubblica fu anche spiegato come una vittoriosa rivoluzione del caffellatte sullo zucchero. Con il potere che passava dai coltivatori di canna del Nordest alla coalizione repubblicana formata dagli allevatori del Minas Gerais e dai produttori di caffè di San Paolo: questi ultimi, in particolare, grandi promotori dell’arrivo di manodopera italiana.

 

 

In Colombia, terzo produttore mondiale, dicono che fu il caffè a permettere il consolidamento dell’industria nazionale. Ma “l'altro oro nero” è anche un potente veicolo di globalizzazione, che si sta legando progressivamente all’Asia. In quelle che furono storicamente le terre del tè, il caffè è infatti un ricercato bene simbolo dei nuovi ceti medi emergenti, e dal 2014 la Cina è diventata per Starbucks il secondo mercato mondiale. E l’Asia si fa avanti anche come area di proliferazione dei produttori. Da un paio di decenni il secondo posto nella classifica mondiale è stato strappato alla Colombia dal Vietnam, dove il caffè è la seconda voce dell’export dopo il riso. Quinto è l’Indonesia, paese dove le piantagioni sono nazionalizzate e che nel 2008 dovette lasciare l’Opec per l’esaurimento dei giacimenti. Insomma lì il caffè ha veramente preso il posto economico occupato dal petrolio.   

 

E anche quello di Starbucks, in fondo, è un caffè globalizzante: è di proprietà americana, fa accordi con gli svizzeri, si rifornisce in America Latina e Africa e sfonda in Asia, ma è stato apertamente ispirato al “caffè all’italiana”. Per questo il primo nome della catena fu tra 1985 e 1992 “il Giornale”. Per questo gran parte della sua nomenclatura è in italiano, vero o maccheronico: Espresso, Grande, Venti, Trenta, Latte, Cappuccino, Americano, Breve, Macchiato, Frappuccino, Barista. E per questo ci ha messo tanti anni prima di trovare il modo di proporre la copia alla patria del modello originale: il primo Starbucks in Italia aprirà a Milano a settembre.

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