Contraddizioni in seno a Tim

Redazione

Il fondo americano Elliott ha vinto la battaglia per il cda di Tim, ottenendo in assemblea il 49,84 per cento del capitale contro il 47,18 di Vivendi, che con il 23,9 resta il maggior socio singolo della compagnia telefonica. In virtù del meccanismo maggioritario Elliott e alleati, tra i quali la Cassa depositi e prestiti (cioè il Tesoro), si aggiudicano 10 consiglieri, tutti italiani; Vivendi 5, e tra questi Amos Genish, l’ad uscente che però Elliott intende confermare avendone adottato il piano industriale. La Cdp è stato l’ago della bilancia in favore di Elliott i cui piani sono cangianti. In tutto questo si scorgono contraddizioni e forse i germi di future instabilità, se magari il gruppo di Vincent Bolloré non volesse più stare in un’azienda di cui è primo socio ma che non governa. A quel punto si riaprirebbero le danze.

  

La politica italiana esulta per aver strappato la Tim ai francesi (e il vertice della Cdp si aspetta la riconferma dei vertici di Cdp, chiesta ieri da Giuseppe Guzzetti a nome delle fondazioni). In caso di terremoti azionari qualora i francesi lasciassero bisognerebbe fare appello a ben altri capitali patriottici che non il 5 per cento di Cdp e l’8,8 di Elliott. Insegna nulla Alitalia? La maggiore lezione però è nel comportamento dei fondi attivisti, presenza recente in Europa. 

  

Standard & Poor’s Market Intelligence ha censito da inizio 2018 il record di 147 campagne lanciate dai fondi, una rivoluzione esplosa con la crisi: in 10 anni il trend è quintuplicato. E nel 2017 l’investimento europeo, 22 miliardi di dollari, è più che raddoppiato rispetto ai tre anni prima. Ma i fondi non sono meri alfieri di capitalismo democratico dal basso come li dipinge una certa retorica simil-grillina: agiscono per condizionare scelte aziendali e massimizzare il profitto. Approfittano delle debolezze e dei contrasti dell’establishment europeo. Sono certo la modernità; e, come tutti gli squali, affascinanti. Ma nuotarci a fianco è pericoloso.

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