I contraccolpi dell’inchiesta africana su Bolloré

Ugo Bertone

Milano. “Non voglio far la fine del Re Sole che, per aver regnato 50 anni, lasciò il regno al bis-nipote, non al figlio”. Così, giusto una settimana fa, Vincent Bolloré spiegava la decisione di lasciare al figlio Yannick la guida di Vivendi, la più preziosa gemma di un impero che si estende in 150 paesi, che dà lavoro a quasi 60 mila persone che si occupano di tv, pubblicità, musica ma anche batterie al litio, carta per sigarette, porti e ferrovie per un giro d’affari di 18,3 miliardi di euro. Ma, forse, il finanziere ignorava che i magistrati parigini avevano in mente per lui un tiro mancino per niente regale. Simile semmai a quello riservato al suo amico Nicolas Sarkozy.

    

Ieri, così come è capitato di recente all’ex presidente francese, Bolloré è stato trattenuto nei locali della polizia giudiziaria di Nanterre con l’accusa di corruzione di diversi uomini politici africani tra il 2009 e il 2010 per ottenere il via libera a due delle sedici concessioni portuali del gruppo in terra d’Africa, una a Lomè, Togo, l’altra a Conakry, in Guinea. Secondo l’accusa, le tangenti per garantirsi le licenze necessarie sarebbero passate da fatture truccate emesse da Havas, il colosso pubblicitario controllato dalla stessa Vivendi. Non è un’accusa nuova, visto che la prima inchiesta sull’affaire risale al 2012, ma colpisce l’improvvisa accelerazione delle indagini che hanno portato ieri al fermo, oltre che del finanziere, anche di due suoi stretti collaboratori, il direttore generale Gilles Alix e il responsabile delle attività internazionali di Havas, Jean Philippe Dorent. Non stupisce perciò che, nonostante il secco comunicato del gruppo a difesa dell’operato della controllata Sdv Africa, i titoli di Bolloré Group abbiano subìto ieri un calo in Borsa di sei punti abbondanti (è andata meglio a Vivendi, sotto solo del 2,5 per cento). Ma, al di là degli aspetti finanziari immediati, il colpo è di quelli destinati a lasciare il segno. Tanto da incidere, probabilmente, anche sugli sviluppi dei vari fronti della campagna d’Italia, sia su quello di Telecom Italia, in cui Vivendi è pronta a far muro contro l’avanzata del fondo Elliott che in Mediaset, l’oggetto del desiderio che doveva far da asse portante al progetto della Netflix del Mediterraneo sognata da monsieur Vincent. Ma forse ancor più rilevante potrebbero essere gli effetti sugli assetti di Mediobanca di cui Bolloré è vicepresidente oltre che il principale socio privato: un’eventuale incriminazione del finanziere potrebbe modificare gli equilibri in Piazzetta Cuccia, riducendo la pressione dell’asse transalpino (Bolloré, Jean-Pierre Mustier di Unicedit e Philippe Donnet alla testa della controllata Generali) sull’amministratore delegato Alberto Nagel.

    

Ma non è il caso di far correre troppo l’immaginazione: Bolloré resta uno dei nomi più solidi della finanza europea, oltre uno dei più bellicosi come dimostra la richiesta di danni (50 milioni di euro) a France 2, l’emittente tv rea di aver trasmesso “Vincent, un ami qui vous veut du bien”, documentario sui metodi impiegati per mantenere relazioni fruttuose con il potere. E’ questo il nervo scoperto che rende così delicata l’inchiesta africana. Bolloré non è solo l’amico che ospitò sul suo yacht Sarkozy e signora dopo la vittoriosa scalata all’Eliseo ma dispone, attraverso il figlio Yannick, di un fil rouge che lo collega allo stesso Emmanuel Macron, ministro dell’Economia ai tempi della vittoriosa scalata a Vivendi (in questi giorni in visita negli Stati Uniti). Senza dimenticare il ruolo strategico degli investimenti nel continente nero – materie prime, logistica, trasporti – i settori nel mirino degli inquirenti francesi. Investimenti così cari a Bolloré da essere affidati a Michel Roussin, già numero due dei servizi segreti francesi e capo di gabinetto di Jacques Chirac, nonché tra i più fidati collaboratori di Bollò in Africa dal 1999, ovvero negli anni su cui indagano i magistrati.

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