L’ascesa di Bolloré in Africa

Redazione

L’imprenditore francese Vincent Bollorè è stato interrogato questa mattina dalle autorità del suo paese per presunte tangenti per la gestione di due porti in Africa. Il titolo del gruppo è crollato in Borsa. I giudici si chiedono se il Gruppo Bolloré non abbia usato Havas, la sua filiale pubblicitaria, per ottenere nel 2010 la gestione dei porti di Conakry, in Guinea e Lomè, in Togo. L'ipotesi è che Havas abbia fornito consulenze e consigli per sostenere l'arrivo al potere di alcuni dirigenti africani in cambio delle concessioni sui porti. La società smentisce irregolarità. 

  

Per gentile concessione dell’autrice, Fiorina Capozzi*, pubblichiamo stralci del libro "Vincent Bolloré - Il nuovo re dei media europei” (Go Ware e Key4Biz) uscito nel 2015.
  

Dalla carta ai trasporti marittimi in tre mosse mosse: Scac, Delmas e Rhin-Rhône

       
All’inizio degli anni ’80 il controllo del gruppo bretone è ormai saldamente nelle mani della famiglia Bolloré che inizia a delineare la sua strategia. Vincent non ama la concentrazione degli investimenti nel business della carta: è troppo pericoloso puntare tutti i propri soldi su una sola attività. Basta una crisi di mercato, un rivale più aggressivo o un cambiamento tecnologico per mettere a repentaglio la sopravvivenza del gruppo. Ogni buon banchiere sa bene che la regola d’oro per gestire con successo un patrimonio è la diversificazione geografica e settoriale degli investimenti.

Con Bernheim al suo fianco, Vincent inizia quindi a studiare a tavolino una serie di possibili prede. La prima è Scac, società di logistica e trasporto controllata dalla Compagnie Financière de Suez. Vincent conosce dall’interno il gruppo che in passato è stato diretto dal suocero, François Fossorier, sindaco della magnifica cittadina della bassa Normandia, Deauville, e padre della sua prima moglie, Sophie, dottore in matematica e madre dei suoi quattro figli (Yannick, Sébastien, Cyrille, e Marie entrata nel consiglio di amministrazione di Mediobanca). 

  

Scac è un grosso affare per il gruppo Bolloré: nel 1986 fattura quattordici volte il giro d’affari di Bolloré Technologies. Ha inoltre un’importante valenza sociale e politica perché impiega 9mila persone. Sul dossier ci sono già grandi nomi della finanza francese come il miliardario François Pinault54, Francis Bouygues55 e Tristan Vieljeux, considerato da molti come uno degli ultimi armatori francesi, nonché presidente della società di trasporto marittimo Compagnie Financière Delmas-Vieljeux. Nonostante il parterre de rois di potenziali investitori, alla fine a spuntarla è Bolloré con l’aiuto dell’onnipresente Bernheim. Il banchiere di Lazard difende a spada tratta le ragioni del finanziere bretone davanti all’uomo incaricato da Suez alla vendita, Jean Peyrelevade, futuro numero uno del Crédit Lyonnais. Bernheim “fu così convincente che alla fine pensai io stesso di esserne convinto” confiderà Bolloré al giornalista Jacques Bothorel. […]

  

Bolloré però non ci pensa proprio a vendere Scac: la società è funzionale al processo di diversificazione che immagina per il suo gruppo. Il risultato è che fra i due uomini d’affari inizia una guerra senza esclusione di colpi: le fatture di Delmas per i trasporti verso l’Africa lievitano e il reclutamento di risorse umane diventa un sistema per depauperare i ranghi dirigenziali di Scac. Bollore sembra sotto scacco quando la sua buona stella splende indicando la strada per vincere lo scontro con Vieljeux: Vincent viene a conoscenza che una piccola società di trasporti marittimi, la Société Navale Caennaise, è in vendita. L’azienda non ha più navi ma, ha ancora la licenza per il trasporto da e per l’Africa. È l’ideale per smarcarsi dagli attacchi del suo rivale. Senza esitare a lungo, Bolloré la compra e si trasforma nel concorrente numero uno di Delmas-Vieljeux.

  

Gli affari in Africa, tra concessioni portuali, attività logistiche ed energetiche. Fonte gruppo Bollorè, 2014    

  

Ha vinto una battaglia, ma Bolloré sa bene che la guerra è ancora in corso. Per questo inizia a studiare un piano d’azione ben preciso per mettere fuori gioco definitivamente il vecchio armatore. Il primo passo prevede la conquista della società Rhin-Rhône, specializzata nella distribuzione di combustibile e nella commercializzazione di tubi in plastica. La preda è interessante perché consente a Bolloré di diversificare riducendo il rischio di sovraesposizione del gruppo nell’affare Delmas. Tuttavia l’operazione è delicata perché la potenziale preda è controllata dal gigante petrolifero francese Elf con poco meno del 40 per cento. Il resto è però sul mercato. Per Bolloré ci sono le condizioni per agire: il finanziere rastrella in Borsa un pacchetto di titoli Rhin-Rhône pari al 30% del capitale e chiede un incontro ai dirigenti di Elf per proporre un accordo: Bolloré sosterrà le strategie immaginate da Elf per Rhin-Rhône a patto di diventare il partner principale del gruppo nella distribuzione del greggio in Francia. La mossa è talmente aggressiva che i dirigenti del gruppo petrolifero ricorrono alle carte bollate per salvaguardare gli equilibri azionari di Rhin-Rhône ed evitare di scendere a patti.

  

Stremato dalla battaglia legale, Bolloré si sente in un vicolo cieco. Ma non vuole mollare il colpo. Decide quindi di tentare il tutto per tutto lanciando una costosa offerta pubblica di acquisto (Opa) su Rhin-Rhône. “C’è mancato poco che Vincent non ci lasciasse la camicia” scrive Bothorel. L’operazione Rhin-Rhône costa 650 milioni di franchi, il corrispondente di 99 milioni di euro. Sei anni dopo, quando la preda sarà rivenduta, ne varrà il doppio. La cifra dell’Opa non è da poco per Bolloré che può contare sul sostegno di un nuovo alleato: la Banque Rivaud dell’amico di famiglia Édouard de Ribes. […] 

  

Nelle ferrovie il Gruppo gestisce tre linee, Camrail, Sitarail e Beninrail, per un totale di circa 3mila km.   

  

Il tris di operazioni Scac, Delmas e Rhin-Rhône apre un nuovo mondo al gruppo Bolloré. L’azienda bretone si è conquistata un affaccio privilegiato sul continente nero: il gruppo vanta una leadership nel trasporto marittimo di provenienza europea e nel 1986, ha anche investito nelle piantagioni di tabacco della Sofical dopo aver ricomprato i marchi storici della carta OCB e Zig-Zag. “La logistica da e per l’Africa è un business eccezionale – dirà in tempi più recenti Bolloré che investirà nel continente anche in porti e ferrovie – è una nicchia capace di produrre ricchezza. È questa la filosofia del nostro gruppo: essere numero uno su un segmento di nicchia”.

  

La logistica da e per l’Africa è un business eccezionale è una nicchia capace di produrre ricchezza. E' questa la filosofia del nostro gruppo: essere numero uno su un segmento di nicchia

E' in Africa che il gruppo Bolloré fa i suoi più grandi affari costruendo un vero e proprio impero. Basti pensare che oggi la divisione Bolloré Africa Logistics, leader della logistica da e per l’Africa, possiede “una rete senza eguali con 250 filiali e circa 24mila collaboratori in 55 Paesi di cui 46 in Africa”. Quanto alle piantagioni, l’integrazione verticale di Sofical con il business di famiglia delle cartine venne considerata negli ambienti parigini come un colpo di genio. Se da un lato gli investimenti nel continente nero producono ingenti guadagni per il gruppo bretone, dall’altro però gettano un’ombra sulle aziende di Bolloré66: in più occasioni Vincent finisce sotto i riflettori dei media francesi, che tentano di ricostruire il network di relazioni africane del suo gruppo e sono particolarmente critici sulla gestione del business coloniale delle piantagioni. 

  

Il finanziere bretone “conosce bene l’Africa, ha le sue entrature fra tutte le personalità politiche del Continente e ha il network che serve. E non manca di utilizzarlo”, spiega il giornale online “Mediapart”. “Pierre Aïm, patron della società di trasporti e logistica Saga, comprata nel 1998 dal gruppo Bolloré, l’ha introdotto in numerosi potenti circoli africani e lavora instancabilmente al successo delle aziende comuni – prosegue il giornale francese –. Nel 1999 Michel Roussin, ex braccio destro del patron della DGSE (i servizi segreti francesi all’estero, ndr), Alexandre de Marenches; ex direttore di gabinetto di Jacques Chirac, con un passato di ministro della cooperazione sotto il governo Balladur e presidente di Medef Africa (la sezione africana della Confindustria francese, ndr) si è unito a lui. Il che apre ulteriori entrature. E' diventato responsabile di tutte le attività africane del gruppo Bolloré. Infine Vincent Bolloré è cosciente dell’interesse dei diversi governi francesi sulle questioni africane, più spesso da parte dell’Eliseo e del ministero degli interni che non da quello degli esteri. E non manca, come minimo, di tenerli informati delle sue ambizioni. Per pura cortesia, senza alcun dubbio. Perché come ama ripetere spesso l’uomo d’affari: ‘non ha alcun rapporto d’affari con lo Stato francese’”.

  

Negli ambienti della politica parigina, qualcuno si spinge a sostenere che il gruppo Bolloré sia oggi l’orecchio dello Stato francese nelle ex colonie come in passato lo è stato Bouygues

Negli ambienti della politica parigina, qualcuno si spinge a sostenere che il gruppo Bolloré sia oggi l’orecchio dello Stato francese nelle ex colonie come in passato lo è stato Bouygues. Di sicuro per l’azienda bretone non è facile lavorare nel continente nero e far fronte alla spietata concorrenza cinese in un contesto in cui le regole degli affari sono stesso costruite su misura del più forte. Bollore lo ha imparato a sue spese nel 1996 quando decide di mettere le mani sull’azienda produttrice di tabacco Sitab. La preda è ambita anche a livello locale: sull’affare c’è nientemeno che il presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouet-Boigny68. L’uomo di Stato africano non intende rinunciare alla Sitab e trova un metodo assolutamente poco ortodosso per convincere Bolloré ad abbandonare la partita: lo priva della sua autonomia in terra africana impedendogli per diversi giorni di lasciare la sua camera d’albergo. È un episodio da cui il finanziere esce profondamente segnato e di cui non ama parlare. Chi lo conosce bene afferma che da allora Vincent “è sempre teso in occasione delle trasferte africane”.

  

Rapporti di odio e amore con la stampa soprattutto sugli affari africani

   
Bolloré ama il potere dei giornali. Non sempre i giornalisti. Al punto che a Parigi si mormora sia fra i maggiori finanziatori del libro Le vrai Canard140 che attacca la credibilità del “Canard enchaîné”, noto giornale satirico francese castigatore di malcostume e sempre sulle scrivanie di tutti i più potenti uomini di Francia. Da imprenditore sa bene che i giornali sono un business in cui “il cash flow tutte le sere va via per le scale”. Tuttavia non sempre Bolloré riesce ad evitare di essere un editore invadente che, secondo la stampa francese, piega talvolta i suoi giornali all’interesse del gruppo di famiglia. […]

  

Gli affari tra trasporti, pubblicità, editoria ed energia. Fonte gruppo Bollorè, 2016  

  

Gli affari africani sono del resto un punto dolente nel rapporto fra Bolloré e la stampa francese. Le inchieste giornalistiche di reporter d’oltralpe in prima linea147 sui temi della Françafrique hanno sollevato un polverone sulle attività del gruppo nel continente nero. La stampa si è in particolare concentrata sulle condizioni di lavoro, l’inquinamento e il rapporto con il territorio della controllata Socapalm, la più importante società di produzione di olio di palma del Camerun. E Bolloré non ha esitato a ricorre alle carte bollate per tutelare l’immagine sua e del suo gruppo.

  

Molto rumore ha fatto nella recente storia giornalistica francese lo scontro giudiziario fra Vincent Bolloré e il giornalista Benoît Collombat, autore del documentario Camerun, l’impero nero di Vincent Bolloré per l’emittente radiofonica France Inter. Il finanziere bretone ha citato in giudizio il giornalista e la radio per diffamazione e, nel maggio 2010, ha vinto la battaglia giudiziaria: in 44 minuti di reportage, il tribunale ha riconosciuto quattro passaggi lesivi dell’immagine di Bolloré condannando Collombat e Jean-Paul Cluzel, allora direttore di France Inter, a mille euro di ammenda, oltre che al pagamento in solido a Bolloré di un euro simbolico di danni. Subito fuori dalle aule del tribunale Michel Calzaroni, il fidato uomo della comunicazione di Bolloré, si è lasciato sfuggire un commento amaro sulla vicenda giudiziaria: “Vincent” vuole che questa vicenda serva “da esempio”. E poi ancora: “Non lasceremo ai media dire quello che vogliono. Ogni qual volta ci siano propositi diffamatori, attaccheremo”. Il discorso è aziendalmente corretto, ma male si associa con la nuova patinata immagine del Bolloré editore. Sia in Africa dove la libertà di espressione è spesso violata e coniugata a vantaggio del potere politico ed economico, che in ogni altro angolo del mondo.

  


*Fiorina Capozzi è una giornalista economico-finanziaria che lavora fra Milano, Parigi e Roma. Ha trascorso un decennio in Francia, dove ha ricoperto anche l’incarico di segretario generale della Camera di Commercio Italiana a Parigi. Ha iniziato la sua carriera a “Il Mattino” di Napoli negli anni Novanta. Dopo gli studi in economia, è entrata a far parte della redazione di “Milano Finanza” e poi di “Finanza & Mercati”. Ha lavorato per “Il Mondo” (Rcs) e per “Radiocor-IlSole24ore”. Appassionata di geopolitica, ha frequentato il master per inviati in aree di crisi della Fondazione Maria Grazia Cutuli. Oggi collabora con “ilfattoquotidiano.it”.

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