Alitalia fa scalo forzato a Bruxelles

Redazione

Mentre le offerte giunte finora per rilevare Alitalia sembrano non convincere il ministero per lo Sviluppo economico, la Commissione europea ha annunciato un’indagine sul prestito ponte di 900 milioni di euro concesso alla compagnia aerea dal governo italiano. Il sospetto di Bruxelles è che l’intervento statale abbia assicurato una posizione di vantaggio alla compagnia aerea italiana rispetto ai suoi concorrenti. A preoccupare la direzione generale della Concorrenza guidata da Margrethe Vestager sono in particolare due elementi: la durata del prestito e il suo tasso di interesse.

L’aiuto assicurato dal ministero dello Sviluppo economico va da maggio 2017 a dicembre 2018 – ma potrebbe anche andare oltre – rischiando di eccedere il limite di sei mesi stabilito dalle linee guida europee. Altra condizione su cui Bruxelles dovrà indagare è se il tasso di interesse concesso alla compagnia aerea sia in linea col mercato. Secondo gli accordi, il tasso è oggi del 9,90 per cento, per un conto totale di un miliardo di euro che Alitalia dovrebbe restituire alle casse dello stato una volta terminato il prestito. Considerato che la compagnia è da tempo sotto commissariamento e che l’operazione di salvataggio comporta rischi piuttosto elevati, l’Ue intende capire se il tasso sia stato troppo facilitato dal ministero. L’indagine su Alitalia non ha limiti di tempo e il governo avrà la possibilità nel frattempo di fornire la documentazione necessaria per chiarire la sua posizione. Ma l’intervento europeo dovrebbe interessare soprattutto chi guarda a Bruxelles come massimo nemico degli interessi degli italiani. L’indagine rivela anzitutto che la partita della vendita Alitalia, iniziata un anno fa, è già in ritardo. Sono comprensibili le lungaggini della politica, complici le elezioni, ma l’attendismo, come si vede, si paga. Infine Bruxelles obbliga a un esercizio di trasparenza: Alitalia dovrà probabilmente comunicare tutti i dettagli dei suoi bilanci – che oggi non si conoscono – e misurare l’andamento dell’azienda per comprendere se il tasso sia generoso o ragionevole. Infine – messaggio agli euroscettici della Lega (e al M5s prima del rebranding post elettorale) – se non ci fosse Bruxelles a impedire che lo stato sussidi con i soldi dei contribuenti una compagnia che altrimenti farebbe fatica a stare sul mercato chi potrebbe farlo? Non certo gli apologeti dello “stato imprenditore”.

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