Il mitizzato sorpasso spagnolo dice che l’Europa non è matrigna

Renzo Rosati

Roma. Come lo stolto che di fronte al dito che indica la luna, guarda il dito e non la luna, le reazioni all’analisi del Financial Times su dati del Fondo monetario internazionale che annuncia il sorpasso della Spagna sull’Italia per ricchezza pro-capite, sono più all’insegna dell’ortodossia e del nazionalismo offeso che non della realtà. Dalle statistiche del meeting di primavera del Fmi il Ft ha estratto il prodotto interno lordo dei maggiori paesi, lo ha diviso per la popolazione e rapportato al potere d’acquisto. Verificando che dal 2017 questo indice di ricchezza è superiore a quello italiano, e la forbice si amplierà fino al 7 per cento nei prossimi cinque anni, mentre dieci anni fa – prima della crisi – la proporzione era inversa: Italia davanti del 10 per cento.

   

Guardando ai dati grezzi il sorpasso sarebbe lontano (ma non troppo): nel 2017 il pil italiano è stato di 1.939 miliardi di dollari, 32.013 dollari a testa; quello spagnolo di 1.314 miliardi di dollari, 28.241 a testa. Ma da tempo le analisi più sofisticate rapportano le grandezze complessive agli abitanti e al potere d’acquisto, quest’ultimo determinato dal prezzo, disponibilità e qualità di beni e servizi. E’ così che l’Irlanda ha quasi doppiato il Regno Unito per pil procapite (69.928 dollari contro 39.921) e triplicato per potere d’acquisto. Il ministro dell’Economia uscente Pier Carlo Padoan a fine 2017, impegnato a Londra a convincere della “reputazione” dei titoli pubblici italiani, mise a paragone la dinamica della crescita di Italia, Germania, Francia e Regno Unito per ricavarne che il nostro trend di ripresa è il migliore, benché notoriamente l’Italia sia in coda all’Europa. Anche lì ci furono polemiche (da centrodestra e 5 stelle), ma come nota Roberto Basso, direttore della comunicazione al ministero delle Finanze con Pier Carlo Padoan, sul blog personale “Comunicazione è relazione” si tratta del “Confirmation bias dell’intellighentzia”: ognuno fa cherry picking delle statistiche a ragion veduta. L’importante è afferrarne il senso.

  

Oggi che l’Italia pur migliorando leggermente le stime di crescita 2018 (all’1,6 per cento) subisce il sorpasso spagnolo, il senso è che l’economia italiana resta terza d’Europa e seconda nell’euro, ma la Spagna ci ha surclassato nello sfruttare tutte le possibilità offerte dalle istituzioni europee; mentre i nostri politici facevano a gara nel dare ogni colpa agli “eurocrati”. La lettera di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet al governo italiano dell’agosto 2011 fu considerata un mezzo golpe, ma è la Spagna (allora in crisi peggiore dell’Italia) ad averla quasi completamente attuata: riforma dei contratti di lavoro privati e pubblici, delle pensioni, liberalizzazioni, controllo delle spese regionali. Il “quasi” è dato dalla deviazione nel rientro dal deficit perché Madrid, come Parigi, ha sfruttato il disavanzo oltre il 3 per cento del pil, riuscendo però (al contrario dell’Italia) a ridurre il debito. In compenso è diventata il secondo produttore europeo di auto, sorpassando Francia e Regno Unito: Volkswagen, Ford, Peugeot, Renault, Citroën, General motors hanno investito 15 miliardi di euro in 17 nuovo stabilimenti. L’altro colpo Madrid lo ha fatto nel 2012, accettando gli aiuti europei per il settore bancario, rifiutati dall’Italia in quanto “condizionati”: 41,4 miliardi, restituiti, e oggi Santander e Bbva sono prima e quarta banca europee per capitalizzazione, e il Santander quinta per asset. Ma la maggiore risorsa della Spagna è stata la stabilità politica che non ha ceduto al populismo, neppure quando ha assunto le forme drammatiche della rivolta catalana. Mariano Rajoy del Ppe governa dal 2011, e dal 2015 con l’astensione dei socialisti, altro che retorica anti-inciucio. In virtù della centralità dello stato ha rivoltato l’amministrazione pubblica centrale e locale, servizi compresi. Lo spread della Spagna è da tempo metà di quello italiano e il suo rating è stato riportato (da Fitch) in zona A. La pressione fiscale è al 32,2 per cento, dieci punti meno dell’Italia. E questi sono fatti, non “confirmation bias”.

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