L'asticella di uno stato dirigista

Claudio Cerasa

Il punto in fondo è tutto lì: che cosa vuol dire saper fare sistema? La clamorosa scelta ufficializzata ieri dalla Cassa depositi e prestiti di acquistare un pacchetto significativo delle azioni di Telecom Italia (circa il 5 per cento) è una mossa che non può essere compresa fino in fondo senza mettere a fuoco due questioni collegate direttamente agli equilibri presenti e futuri del gigante delle telecomunicazioni. Due questioni sintetizzabili in due domande. Prima domanda: a che condizioni l’ingresso della Cassa depositi e prestiti in un gigante che lo stato ha scelto di privatizzare appena vent’anni fa può essere considerata una mossa finalizzata a dare una svolta dirigista alla politica industriale del nostro paese? Seconda domanda: a che condizioni i nuovi equilibri di Telecom possono essere considerati come la spia di un tentativo dell’establishment economico italiano di voler cominciare a tenere lontani i capitalisti stranieri non graditi dagli asset strategici del nostro paese?

 

Se vogliamo partire dalla seconda domanda possiamo dire che l’ingresso di Cdp in Telecom può essere letto come l’ultimo tassello di un grande mosaico al centro del quale c’è il progressivo tentativo del sistema economico italiano di marginalizzare e di respingere le “scorribande” italiane di monsieur Vincent Bolloré. Per chi si fosse perso qualche passaggio, l’avventura italiana di Bolloré comincia nel 2015, quando i francesi di Vivendi rilevano il 7,5 per cento di Telecom da Telefonica e ne diventano l’azionista di riferimento (oggi è al 23,94 per cento). Pochi mesi dopo, Vivendi inizia ad acquistare azioni di Mediaset e alla fine del 2016 arriva ad avere il 28,8 per cento delle azioni (con il 29,9 per cento dei diritti di voto). Le due azioni molto aggressive in Telecom e Mediaset hanno avuto una traiettoria simmetrica e secondo molti osservatori l’idea di Bolloré era quella di voler creare una grande media company all’interno della quale combinare i contenuti Premium di Mediaset e la capacità di trasmissione della rete fissa e mobile di Telecom Italia. Dal 2016 a oggi, però, la discesa in campo di Vivendi ha avuto l’effetto di smuovere in modo brusco il sistema italiano e nel giro di pochi mesi l’azione di Bolloré è stata arginata (e indagata) dalla Consob, dall’Agcom e dalla procura di Milano.

 

A due anni dall’ingresso di Vivendi nel circuito economico italiano il risultato è che il piano originario di Bolloré oggi sembra destinato a non realizzarsi. Da un lato c’è Mediaset, che ha appena costruito con Sky una collaborazione proprio sui contenuti Premium a cui Bollorè era interessato. Dall’altro lato, e arriviamo ai nostri giorni, c’è invece la storia di Telecom, all’interno della quale la partita di Cdp non può che essere letta anche in una chiave anti Bolloré. In questo senso, la presenza dello stato nell’azionariato di Telecom, attraverso Cassa depositi e prestiti, è una svolta che potrebbe permettere agli azionisti del gigante delle telecomunicazioni di trovare un pivot antitetico a quello francese più forte del fondo di investimento guidato dall’americano Paul Elliott Singer, attualmente al 5 per cento di Telecom. Nelle ultime settimane il fondo Elliott ha cercato senza troppa fortuna di smuovere le acque per provare a bilanciare la presenza di Bolloré in Telecom Italia, ma con ogni probabilità sarà ora l’ingresso di Cdp nell’azionariato del gigante delle telecomunicazioni a suggerire a Vivendi – per la gioia di Mediaset e del Cav. – di disimpegnarsi progressivamente dal fronte italiano.

 

La questione di fondo dunque è semplice da mettere a fuoco e qui torniamo alla domanda da cui siamo partiti: a che condizioni l’ingresso della Cassa depositi e prestiti in un gigante che lo stato ha scelto di privatizzare appena vent’anni fa può essere considerata una mossa finalizzata a dare una svolta dirigista alla politica industriale del nostro paese? La strategia della Cassa depositi e prestiti – sostenuta dal governo uscente e dagli azionisti possibili del nascente governo italiano – è aiutare il fondo Elliott a rivoluzionare il cda di Telecom nel corso della prossima assemblea (24 aprile) e portare così avanti una doppia strategia. Da un lato, imporre in Telecom un modello di azionariato diffuso sul modello delle public company – una struttura all’interno della quale nessun azionista ha un numero di azioni sufficiente a governare da solo l’impresa. Dall’altro lato, scorporare la rete e creare così un unico blocco con Open Fiber – la società attraverso la quale Enel e Cdp operano da due anni nel mercato della fibra ottica. 

 

La questione da capire, dunque, e la domanda a cui rispondere oggi, è questa: ma è uno scandalo o no che una società controllata dallo stato (il Mef controlla Cdp all’82 per cento) metta il becco in ciò che dovrebbe riguardare esclusivamente il mercato? In Francia e in Germania, le equivalenti della Cdp italiana hanno già da tempo delle partecipazioni nelle Telecom nazionali. In Francia, nel complesso lo stato francese, anche con il sostegno di Caisse des dépôts et consignations, ha il 23 per cento di Orange (e la Caisse tra l’altro ha anche lo 0,6 per cento del capitale di Telecom Italia). In Germania, la KfW, la Cdp tedesca, ha da sola il 16,87 per cento di Deutsche Telekom. Dunque, l’idea di considerare la rete dove circolano i dati di un paese un’infrastruttura strategica da proteggere non è necessariamente un’idea dirigista, ma può essere il frutto di un ragionamento diverso: per alcuni campioni nazionali può essere saggio, in certi casi, applicare una forma non aggressiva di liberismo pragmatico attraverso un equilibrio tra apertura del mercato e tutela degli interessi nazionali. Il punto, dunque, non dovrebbe essere scervellarsi troppo se sia giusto o no che lo stato entri in una Telecom.

 

Il punto, forse, dovrebbe essere un altro: a quali condizioni l’ingresso di una cassa depositi e prestiti per un’azienda come Telecom può essere considerata non nociva? La risposta in questo caso potrebbe essere doppia. Primo: che Cdp aiuti Telecom a fare quello che Telecom non è mai riuscita a fare, ovvero scorporare la rete, creare un unico soggetto con Open Fiber e quotare sul mercato quella rete. Secondo: che Cdp, all’interno di Telecom, svolga per un periodo prestabilito la funzione di pungolo e non sia lo strumento con cui lo stato si sostituisce al mercato (nazionalizzazioni no grazie). Un conto, dunque, è mettere in campo un approccio diciamo così macroniano, incentrato cioè su un’idea di liberismo pragmatico (ma nell’idea di liberismo pragmatico sarebbe bello vedere qualcosa in più di uno stato che si limita a scommettere sull’innovazione puntando sull’acquisizione di quote di mercato: pochi giorni fa, per dirne una, Macron ha stanziato 1,5 miliardi di euro in fondi pubblici per investire sull’intelligenza artificiale, l’Italia negli stessi giorni ha lanciato un progetto pilota da investire in intelligenza artificiale nella Pa, per un valore di cinque milioni di euro). Un altro è mettere in campo un approccio puramente sovranista finalizzato a, come si dice, “dare una lezione ai francesi” e a fare quello che uno dei due vincitori delle elezioni italiane ha promesso in campagna elettorale, con una domanda inquietante: ma se i francesi hanno avuto la forza di nazionalizzare i famosi cantieri navali Stx, “come è possibile che Telecom non sia stata protetta ed eventualmente nazionalizzata? Per obbedire al mercato?”. L’autore di questa frase si chiama Luigi Di Maio e in questa legislatura sarà a capo di uno dei partiti che avranno la forza per muovere le leve di Cdp. E come è facile capire, quando un sovranista va al potere il rischio che gli strumenti ideati dai liberisti pragmatici vengano utilizzati per mettere in campo forme di nazionalismo meno pragmatiche purtroppo c’è. L’asticella è bassa. E mai come oggi tocca vigilare per evitare che l’interventismo statale in economia si traduca in un semplice e pericoloso no allo straniero.

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