Come il Fisco spende davvero i soldi

Redazione

Mossa dalle migliori intenzioni di trasparenza, la comunicazione che l’Agenzia delle entrate invierà ai contribuenti per spiegargli come vengono spese le loro tasse rischia di rivelarsi un’iniziativa da stato pedagogo o una distorsione della realtà di fatto. Ciò che sapremo è la suddivisione personalizzata della spesa pubblica, cosa che oggi conosciamo solo in percentuale: se il 21,3 per cento va in pensioni e assistenza, scopriremo che pagando 10 mila euro tra Irpef nazionale, regionale e comunale, il nostro contributo a previdenza e welfare sarà appunto di 2.130 euro. Per la sanità pubblica (19,3 per cento della spesa) sarà di 1.930 euro. Per gli interessi sul debito (11 per cento), sarà di 1.100. Invece per i trasporti pubblici sarà di 440 euro. E per “abitazioni e assetto del territorio” 180 euro.

 

Ma questa è, appunto, statistica. Perché oltre 18 milioni di contribuenti, il 44,9 per cento del totale e il 62 per cento della popolazione complessiva, sono a reddito zero o non versano Irpef, ricevendo servizi pagati da tutti gli altri. La sperequazione è inoltre geografica, con il nord che in parte paga per il sud. E il rapporto tra dare e avere salta con le imposte locali – soprattutto regionali – che nel 2017, sul dati del 2016, hanno pesato per 47 miliardi. Ma di tutti questi dettagli non si dà conto. Il primato sulle imposte locali va a Roma, dove tra addizionale regionale e comunale l’Irpef costa il 4,23 per cento più che altrove mentre l’Irap grava per il 4,82 per cento. Oltre alle imposte di scopo come la Tari sui rifiuti e alle multe che per legge dovrebbero finanziare i miglioramenti alle strade. I romani, leggendo la lettera del fisco e dandosi un’occhiata intorno, capiranno se a spendere male i loro soldi sono gli enti locali o se la prenderanno con lo stato centrale? E i napoletani, terzi in Italia per addizionali Irpef e primi per Irap (4,97 per cento), capiranno perché il sindaco Luigi de Magistris si è visto bocciare il bilancio dalla Corte dei conti e minaccia la (finta) privatizzazione del palazzo comunale? “No taxation without representation” è stato lo slogan della rivoluzione americana, il cui spirito vorrebbe vagamente aleggiare nella imminente letterina. Ma questo spirito, oltre a rischiare di distorcere la realtà se fornisce un’informazione incompleta, diventa solo apparenza in un paese nel quale i referendum fiscali sono incostituzionali e nella cui Capitale, la Roma di Virginia Raggi, non si riesce neppure a tenere quello sulla messa a gara dell’Atac.

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