Così la crisi demografica affossa la crescita

Enrico Cicchetti

Le soluzioni sono due: o facciamo più figli o dobbiamo continuare a lavorare ancora più a lungo. La Banca d'Italia lo dice senza mezzi termini: se in Italia continua l'attuale crisi demografica, entro vent’anni la nostra economia crollerà in maniera inesorabile. L'allarme è contenuto in un occasional paper della Banca d'Italia, secondo cui "negli ultimi venticinque anni e con ogni probabilità nel futuro, la demografia ha dato e darà un contributo diretto sensibilmente negativo alla crescita economica". Entro il 2041 nemmeno i flussi migratori previsti, che pure "limiteranno l'ampiezza di tale contributo negativo", saranno in grado di invertirne il segno. Il perdurare di ritmi di crescita deboli nonostante l’uscita dalla Grande recessione ha fatto tornare d’attualità il dibattito degli anni Trenta sulla stagnazione secolare, scrivono i tre curatori dello studio - Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli - che invitano a intervenire su estensione della vita lavorativa, aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e incremento nei livelli di istruzione per "contrastare i puri effetti contabili legati all'evoluzione nella struttura per età".

     
"Paesi la cui popolazione mostra – affermano i ricercatori – una quota di giovani in crescita hanno le potenzialità per raccogliere un dividendo dall'evoluzione demografica attraverso l'aumento dell'offerta di lavoro per quantità e qualità. Gli aumenti della popolazione giovane in età da lavoro, influiscono anche sulla composizione per età degli occupati producendo, oltre agli effetti diretti sulla crescita economica attraverso l'aumento dei tassi di occupazione e l'incremento dei livelli di efficienza, effetti indiretti sulla dinamica della produttività innanzitutto attraverso l'impatto sull'innovazione e l'imprenditorialità. La flessione nei dependency ratio (il rapporto tra la popolazione in età non lavorativa e quella in età lavorativa) ha di per sé effetti benefici sulla crescita economica". "L'Italia - rileva lo studio - è tra i paesi sviluppati che si trovano oggi a fronteggiare uno scenario demografico il cui impatto sulla crescita del prodotto pro capite nei prossimi decenni sarà negativo".

     

Per più di un secolo dall'Unità, la percentuale di popolazione oltre i 64 anni, pur crescendo, si è attestata in Italia su livelli inferiori alla metà della popolazione più giovane (quella che ha meno di 15 anni). A partire dal secondo dopoguerra, ma soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, si è assistito a un progressivo mutamento strutturale che ha condotto la popolazione più anziana a superare quella più giovane alla fine del XX secolo, fino a divenire pari al 165 per cento della popolazione tra 0- 14 anni nel 2017. Le prospettive per il prossimo cinquantennio, afferma lo studio, sono di un'ulteriore crescita del rapporto, mentre l'età media della popolazione salirà di oltre 5 anni tra il 2017 e il 2061, passando dai 44,9 anni a 50,2 anni. La quota di popolazione in età da lavoro ha raggiunto un massimo del 70 per cento all'inizio degli anni Novanta; negli ultimi venticinque anni ha cominciato a flettere e, sulla base delle previsioni, continuerà a ridursi nei prossimi cinquanta fino a scendere sotto il minimo storico (59 per cento registrato nel 1911) dopo il 2031.

 

I grafici sono tratti dallo studio di Banca d'Italia


   

Gli immigrati non bastano più

Se scomponiamo questa quota per cittadinanza, circa un quarto della popolazione in età da lavoro sarà costituita nel 2061 da cittadini stranieri. In uno scenario limite in cui non ci fossero residenti con cittadinanza straniera, nel 2061 la quota di popolazione in età 15-64 anni sul totale della popolazione, prevista pari al 55 per cento, scenderebbe a poco più del 40 per cento. Gli sviluppi demografici sarebbero dunque stati ancor più penalizzanti per l'Italia se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata. Particolarmente importante è risultato il contributo dei migranti alla crescita del pil nel decennio 2001-2011: la crescita cumulata è stata positiva per 2,3 punti percentuali mentre sarebbe risultata negativa e pari a -4,4 per cento senza l'immigrazione. Il pil pro capite senza la componente straniera avrebbe subito nel decennio 2001-2011 un calo del 3 per cento, invece del meno 1,9 effettivamente registrato. Ancora significativo è risultato il contributo della popolazione straniera per l'ultimo quinquennio, quello della crisi: la flessione del pil pro capite (meno 4,8 per cento) sarebbe stata, in assenza della popolazione straniera, ancora più severa (meno 7,4 per cento). Ma a partire dal 2041 anche l’apporto degli immigrati in termini di lavoro "non sarà più sufficiente a risollevare il prodotto interno lordo", scrivono i ricercatori.

  

   

Se poi si azzerassero i flussi migratori futuri e la componente di popolazione straniera già residente in Italia al 2016 assumesse parametri demografici identici a quelli dei nativi italiani il risultato sarebbe devastante: "il livello del pil aggregato risulterebbe dimezzato con un calo del 50 per cento. Il livello del reddito pro capite nel 2061 risulterebbe inferiore di un terzo rispetto al livello del 2016. Per compensare la diminuzione del reddito pro capite, la produttività dovrebbe crescere allo 0,64 per cento all'anno“.

     

Le soluzioni

Passando ad analizzare i potenziali effetti dell'evoluzione demografica futura sulla crescita economica, lo studio sottolinea che "l'effetto meccanico delle dinamiche demografiche determinerebbe in 45 anni un calo del pil del 24,4 per cento rispetto ai livelli del 2016 e del 16,2 per cento in termini pro capite (-0,4 medio annuo), a parità di altre condizioni". Per compensare il contributo negativo della demografia, in modo da mantenere il reddito reale pro capite sui livelli attuali, la produttività dovrebbe crescere a un ritmo dello 0,3 per cento all'anno. "Una dinamica apparentemente modesta ma superiore a quella pressoché nulla registrata dall'inizio del nuovo secolo", fanno notare i ricercatori.

 

Secondo i tre studiosi soltanto "risposte comportamentali e modifiche istituzionali potranno mitigare le conseguenze economiche negative di una popolazione più anziana, controbilanciando la tendenza alla riduzione della forza lavoro". E tre sono i "motori" più importanti in questa direzione: "l'allungamento della vita lavorativa, l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e l'evoluzione nella dotazione di capitale umano della forza lavoro".

     
L'estensione della vita lavorativa fino a 69 anni, ad esempio, ridurrebbe di sette punti percentuali la flessione del pil pro capite
(meno 9,2 per cento rispetto al meno 16,2 per cento) dovuta all'evoluzione demografica sull'orizzonte 2016-2061. Portare il tasso di occupazione al 70 per cento per gli uomini e al 60 per cento per le donne come previsto dall'Agenda di Lisbona conterrebbe al 2,9 per cento il calo del pil pro-capite. Infine, attraverso un aumento del livello medio di istruzione per occupato tale per cui l'Italia raggiungerebbe nel 2061 il livello che la Germania avrebbe nel 2040, il pil pro capite aumenterebbe del 10 per cento rispetto al livello attuale.

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