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America d’acciaio

Perché Trump ferma l’esuberanza cinese e la storia del dominio tecnologico. Riflessi euro-italiani

Alberto Brambilla

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brambilla@ilfoglio.it

24 Marzo 2018 alle 06:26

America d’acciaio

Donald Trump firma sanzioni contro la Cina sulla contraffazione (foto LaPresse)

Roma. L’Amministrazione americana ha deciso di fermare la crescita cinese in settori strategici con dazi su acciaio e alluminio e restrizioni agli investimenti in tecnologia. Il presidente Donald Trump ha intenzione di fermare i corsi e ricorsi storici in modo brutale ed è da vedere se l’Europa lo seguirà. Secondo Arthur Kroeber, autore del libro “China’s Economy: What Everyone Needs to Know”, molto di quello che la Cina ha fatto è basato su un canovaccio consolidato seguito dai paesi che da poveri sono diventati potenze mondiali. Gli Stati Uniti nascenti e, prima, la Germania di Bismark hanno sperimentato i più incredibili progressi del XIX secolo unendo interventismo pubblico, protezionismo tariffario misto a mercantilismo limitato al commercio di materie prime, e furti di proprietà intellettuale. La strategia tedesca ricalcava le teorie di Friedrich List che a sua volta aveva attinto al “sistema americano” teorizzato da Alexander Hamilton e Henry Clay. “Gli Stati Uniti – ricorda Kroeber – sono stati tra i più grandi pirati di tecnologie del XIX secolo”.

  

Il modello asiatico non è stato diverso. Il primo passo per irrobustire una nazione nascente è proteggerla dalla concorrenza esterna, efficientare l’agricoltura e creare un surplus di materie prime alimentari e sviluppare un settore manifatturiero orientato alle esportazioni sostenuto dal capitalismo finanziario. Da economia dirigista a livello centrale ma molto flessibile a livello locale – differenza sostanziale dall’economia sovietica – la Cina ha aggiunto un tratto smaccato di pirateria tecnologica per raggiungere la fenomenale modernizzazione annunciata da Deng Xiaoping nel 1978 con la “politica della porta aperta”. La “pirateria cinese” si sostanzia in un incentivo perverso per gli investitori esteri: l’accesso a un mercato da 1,2 miliardi di persone in cambio della concessione forzata di tecnologie. E’ evidente il rischio che il grado di trasferimento di tecnologie avanzate sia più alto in queste condizioni rispetto a una contrattazione tra le parti: è infatti impossibile sapere ex ante se le vendite di un prodotto sul mercato cinese abbiano valore pari o più elevato della tecnologia concessa per raggiungere quel risultato. Negli anni Microsoft, Dec e Oracle hanno unito le forze per vendere software in Cina.

 

L’esempio lampante di settore delicato è l’aerospazio, settore misto civile-militare. Il titolo Boeing non smetteva di brillare sul Dow Jones con Trump alla Casa Bianca ma ha avuto un tracollo alla notizia della rappresaglia americana vista la commessa cinese da 37 miliardi di dollari per 300 aerei. Marillyn Hewson, ceo di Lockheed Martin, ha salutato la decisione come “momento importante per il nostro paese” perché la proprietà intellettuale è la “nostra linfa vitale”. Il protezionismo selettivo trumpiano intende frustrare l’esuberanza tecnologica cinese o quantomeno non concedere posizioni, in rottura con la volontà dei democratici liberal dagli anni Ottanta in poi. L’Europa invece s’è baloccata per anni sull’opportunità di definire o meno la Cina economia di mercato dopo il suo ingresso nel Wto. Ora è presa in contropiede. Washington applicherà dazi sull’acciaio cinese ma ha solo sospeso la decisione di imporli a quello europeo. Secondo lo storico dell’economia Giulio Sapelli, all’Euopa conviene “cooperare con l’America” piuttosto che “competere dinanzi all’aggressività cinese”.

 

L’associazione degli acciaieri Eurofer ha espresso preoccupazione perché l’acciaio respinto dagli Stati Uniti rischia di rimbalzare in Europa: nei primi due mesi di quest’anno le importazioni sono cresciute del 12 per cento superando i massimi storici del 2016-2017. In Italia le importazioni dalla Cina sono aumentate da quando il principale produttore di acciaio d’alto forno, l’Ilva, è azzoppato e, ora, il potenziale acquirente ArcelorMittal si trova di fronte a greppie regolatorie, politiche e giudiziarie crescenti riguardo lo stabilimento di Taranto. I riflessi del permessivismo verso la Cina toccano anche la politica nazionale. Se il Movimento 5 stelle ha conquistato il sud con il miraggio del reddito di cittadinanza, la Lega ha consolidato il suo potere nel nord est che produce il 9 per cento del pil con l’idea di una tassa piatta e protezionismo commerciale. E’ paradossale che negli ultimi due anni in cui ha governato il Pd di Matteo Renzi il carico fiscale complessivo per le imprese sia crollato dal 62 al 48 per cento ma il nord produttivo abbia confermato il dominio della Lega che ad esempio in Veneto ha triplicato i consensi rispetto alle politiche 2013. La retorica contraria all’immigrazione ha avuto peso, ma probabilmente gli imprenditori si sentono invasi anche dai cinesi: in Veneto ormai ci sono 38 imprese a controllo cinese mentre nel 2015 erano meno di 30. Forse hanno lasciato l’amaro in bocca anni di retorica filo-cinese da parte della sinistra (odierna) del Pd. Non solo la propaganda del poster boy di Pechino Romano Prodi. Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta in “Viaggio nell’economia italiana”, uscito nel 2004, dicevano che la “Cina può rappresentare la Maastricht del Duemila, una svolta epocale per cambiare, dopo le nostre politiche di bilancio, la nostra strategia produttiva”. Entusiasmo controproducente.

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