Consigli dai mercati a Mattarella per contenere i populisti di governo

Alberto Brambilla

Roma. Molti analisti finanziari sono stati colti di sorpresa dal risultato elettorale più “market unfriendly” possibile con i partiti anti establishment Lega e Movimento 5 stelle che, insieme, hanno conquistato la maggioranza dei consensi. L’effetto straniante, dovuto alla sottovalutazione della Lega nei sondaggi, non si è però tradotto in un rovescio sui mercati. Nella settimana elettorale la Borsa ha guadagnato il 5,86 per cento dopo una minima flessione all’indomani del voto. Lo spread tra Btp e Bund è stato poco mosso. Ora gli analisti cercano di decifrare quali saranno le possibili coalizioni nelle alchimie partitiche che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrà trovare per assegnare l’incarico di formare un governo.

 

Ai piani alti della finanza internazionale si fa largo l’idea controintuitiva che un risultato di ingovernabilità non sia in realtà troppo grave perché lasciare tutto com’è è meglio che far danni. Paolo Scaroni, vicepresidente di banca Rothschild, manager che per indole si dice abituato a vedere il “bicchiere mezzo pieno”, è “abbastanza contento che nessuno abbia avuto una maggioranza perché non potrà smantellare quanto fatto negli ultimi anni, riforma delle pensioni, Jobs Act sul lavoro. Due grandi riforme sono alle spalle. Un Parlamento che non può demolire nulla, in definitiva, non è del tutto una cattiva notizia per l’economia”, ha detto a Bloomberg.

 

Un’alleanza di governo tra Lega e M5s, benché emersa dalla volontà popolare in modo chiaro, dal punto di vista degli investitori è il risultato più preoccupante. La probabilità assegnata da un panel di analisti sentiti da Bloomberg era bassa (data al 10 per cento) ma se si dovesse realizzare il differenziale tra Btp e Bund raddoppierebbe a 260 punti. E’ però opinione diffusa che finché il cane abbaia e basta non fa paura. Vale per tutte l’analisi sintetica e posata di Deutsche Bank: “Le reazioni dei mercati a un governo euro-scettico saranno mute finché la permanenza nell’euro non sarà messa in discussione, lo spazio di manovra fiscale con Bruxelles resterà contenuto, e il ciclo rimarrà positivo mentre l’uscita della Banca centrale europea dal programma di stimoli sarà lenta”.

 

Se perdere tempo può essere utile, commentatori italiani, politologi, e politici si sono invece affrettati a tifare (a meno di 48 ore dal voto) per un’alleanza innaturale tra M5s, il partito con più voti, e l’arcinemico Pd, che invece è collassato. “Non trattenete il fiato”, consiglia la banca commerciale inglese National Westminster Bank (Natwest). Ovvero non abbiate fretta perché le consultazioni inizieranno al più presto in aprile, dopo la nomina dei presidenti delle Camere. Benché il Pd con il 19 per cento delle preferenze abbia registrato il peggiore risultato nella sua storia è considerato il “perno coalizionista”. La banca svizzera Ubs, tra altri, è di questa opinione. “La visibilità sull’affidamento dell’incarico di governo è bassa, ma le mosse del Pd sono il fattore determinante” in appoggio al M5s (scenario da non escludere dopo le dimissioni di Matteo Renzi da segretario) o al centrodestra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che col 37 per cento non arriva alla maggioranza dei seggi (anche se Matteo Salvini dice di rifiutare l’appoggio del Pd).

 

La prima urgenza che traspare consultando gli analisti è il contenimento delle forze populiste a opera dei partiti tradizionali. Per esempio, secondo Fabio Fois di Barclays, “un governo partecipato anche da forze anti sistema – anziché nuove elezioni – ridurrebbe i rischi di medio periodo”. Il ragionamento di Fois è che “nuove elezioni fra dodici o diciotto mesi potrebbero tenersi in un clima politico europeo meno favorevole, in concomitanza con un ciclo economico più debole e senza il sostegno degli acquisti della Banca centrale europea. In questo contesto futuro la possibile formazione di un governo anti sistema potrebbe trovarsi a guidare una fase politico-economica potenzialmente complessa e verosimilmente senza la necessaria esperienza”.

 

Il problema generale è come lasciare sfogare le pulsioni populiste, guidandole per quanto possibile con intento quasi pedagogico, affinché non acquistino virulenza in seguito. Dopodiché gli osservatori non guardano solo al M5s. L’altra metà del “nazionalpopulismo” italiano (copyright dell’ideologo del trumpismo Steve Bannon) è la Lega di Matteo Salvini. Sono interessanti a proposito le valutazioni di Alan Lemangnen della banca d’affari francese Natixis che cerca di trovare una via d’uscita convinto che “Mattarella sceglierà in prima battuta Salvini per un mandato esplorativo per guidare un governo di minoranza di centrodestra”. Come logica conseguenza Natixis assegna a un governo di minoranza guidato dalla Lega il 50 per cento di probabilità mentre il 25 per cento a uno scenario alternativo di una coalizione tra M5s e Pd e riduce le chance di alleanza Lega-5 stelle al 15 per cento. “Per il Pd sarebbe una situazione win-win. Da un lato non sarebbe ritenuto responsabile di aver prestato giuramento a un governo anti euro. Dall’altro rimarrebbe nell’opposizione, godendo di una sorta di potere di veto sul blocco di destra. La Lega avrebbe l’opportunità di preservare la sua posizione di senior partner e di implementare parti della sua piattaforma – occasionalmente con il M5s se necessario. In questo assetto politico solo il M5s sarebbe penalizzato”, dice Lemangnen. La situazione è paragonabile a quella del Portogallo, dice a proposito la banca giapponese Nomura: dopo le elezioni dell’ottobre 2015 la coalizone di centrodestra di Pedro Passos Coelho aveva il capitale elettorale più cospicuo, come il centrodestra italiano, ma non ricevette l’appoggio parlamentare al suo programma mentre il Partito socialista di António Costa, il più votato come il M5s, riuscì invece a trovare appoggio dai partiti di estrema sinistra per formare un governo. La differenza è che il M5s si pone contro il sistema istituzionale.

 

Tra varie analisi quella di Morgan Stanley è la più tranchant. Per la banca americana a prescindere dal governo, la principale vulnerabilità italiana – la bassa crescita potenziale – non migliorerà nel medio termine perché le probabilità di serie riforme strutturali è ridotta e “questo è il rischio maggiore quando arriverà la prossima correzione”.

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