Chi ha il litio non ha i denti. Il caso boliviano

Maurizio Stefanini

Roma. Sarà l'eccesso di statalismo a far perdere alla Bolivia di Evo Morales il grande appuntamento con il litio? Indispensabile materia prima nella produzione di batterie per quei veicoli elettrici che entro dieci anni saranno un terzo del parco automobilistico mondiale, il litio è infatti chiamato “oro bianco”. Virtuale erede di quell’"oro nero” che fu la chiave strategica dell'economia nell'era del motore a scoppio. E come l’"oro nero” mise al centro delle trame mondiali il medio oriente, così il litio farebbe diventare protagonista un “triangolo dell'oro bianco” sudamericano, dove sono concentrati i tre quarti di tutte le riserve mondiali. 

  

Solo due dei tre paesi di questa “Arabia Saudita del litio”, però, sono in questo momento protagonisti della “febbre del litio” che sta agitando Borse e compagnie automobolistiche. Uno è il Cile: secondo i dati del 2016, sono state 68.874 le tonnellate metriche (Tm) di carbonato di litio equivalente (Cle) chi vi hanno estratto Albemarle e Sociedad Química de Minerales de Chile (Sqm). In quest'ultima il 29 per cento delle azioni appartiene a Julio Ponce Lerou, che grazie al boom del litio nell'ultima classifica Forbes dei miliardari è arrivato al posto 422, e al secondo cileno (4,8 miliardi di patrimonio). Fa il 33 per cento del mercato mondiale, destinato a rafforzarsi per alcuni importanti investimenti che stanno arrivando. Da una parte, infatti, la Codelco, potente compagnia statale del rame, ha appena ottenuto l'autorizzazione a estrarre litio dal Salar de Maricunga. Ed è la prima volta in assoluto che si cimenta con un minerale diverso da quello indicato nella sua ragione sociale (Corporación Nacional del Cobre de Chile, Corporazione Nazionale del Rame del Cile). Dall'altra, a febbraio hanno investito 18,9 milioni di dollari nella Sqm le Afp: le Administradoras de fondos de pensiones de Chile create dalla famosa riforma pensionistica. 

 

Sempre nel 2016, le imprese argentine Fmc Corporation e Orocobre hanno invece prodotto 30.340 Tm di Cle: è il 16 per cento della produzione mondiale. Secondo quel Joe Lowry che si è guadagnato il soprannome di “Mr. Lithium” per la sua fama di massimo esperto mondiale del settore, valorizzare il litio richiede ingenti capitali, e questi in Argentina sono mancati durante gli anni di scontri tra i Kirchner e la finanza internazionale. Normalizzata la situazione, per recuperare Macri ha ora offerto un trattamento fiscale addirittura più favorevole di quello cileno, ed effettivamente gli effetti si stanno percependo. Come in Cile il litio potrebbe prendere nel XXI secolo il ruolo stategico che nel XIX secolo era stato del salnitro e in seguito del rame, così in Argentina potrebbe diventare quel che erano stati in passato carne e grano ed è ora la soia.  

  

Anche la Bolivia col governo di Evo Morales a un certo punto aveva individuato nel litio l'erede di quel che era stato in passato lo stagno ed è oggi il gas. Si era anche mossa prima, e nel Salar di Uyumni ha la più importante riserva di litio del mondo. Ma attualmente la sua produzione è attorno ai 120 Tm di Cle all'anno: risibile. Il governo di Evo Morales ricorda che i progetti sviluppati in Bolivia hanno cercato di tener conto dei vincoli ambientali. Secondo Mr. Lithium, però, il problema principale è stato che l’"oro bianco” in Bolivia è stato nazionalizzato prima ancora che potesse rendere. L'esclusiva è stata data infatti alla Yacimientos de Litio Boliviano: società di stato al 100 per cento con l'obiettivo di arrivare a esportare non il minerale, ma le batterie finite fabbricate in Bolivia. Purtroppo per Morales senza disporre delle tecnologie, degli investimenti e del tipo di manodopera di cui ci sarebbe stato bisogno, si è rivelata finora un'impresa velleitaria. “Guadagneremo un miliardo e mezzo di dollari l'anno”, proclama fiducioso il governo boliviano. “Lavoro nel settore dagli anni Novanta e so di che parlo: fabbricare batterie è un tipico lavoro da asiatici”, ha commentato scettico Mr. Lithium. Morales ha preferito la via collettivista. Non ha funzionato. 

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