Sui dazi la strategia global europea è sacrosanta ma "old fashion" e rischiosa

Alberto Brambilla

Roma. L’Unione europea ha avvertito il presidente americano Donald Trump di aspettarsi una risposta “ferma” per avere dimostrato l’intenzione di imporre unilateralmente dazi sull’acciaio e l’alluminio importato negli Stati Uniti scatenando una guerra commerciale internazionale. “Spero vivamente che questo non succeda”, ha detto il commissario al Commercio, Cecilia Malmstrom, in conferenza stampa a Bruxelles. “Una guerra commerciale non ha vincitori”, ha aggiunto. L’Unione europea ha intenzione di colpire una serie di prodotto americani con tariffe punitive nel tentativo di convincere Trump a rinunciare a imporre dazi del 25 per cento sull’acciaio e sull’alluminio importati. Secondo Reuters la decisione americana arriverà in settimana, forse oggi. Per Washington è una questione di “sicurezza nazionale” per premere sulla Cina che ingolfa il mercato siderurgico mondiale. Trump ha usato una scappatoia nelle regole del Wto, cosa che Malmstrom ritiene “allarmante” e “profondamente ingiusta”. I beni che l’Europa potrebbe prendere di mira sono prodotti iconici del “Made in the Usa” come Harley-Davidson, i jeans Levi Strauss e il whiskey bourbon per un valore approssimativo di 2,8 miliardi di euro. Oltre a un dazio del 25 per cento sull’acciaio americano.

 

La risposta europea è comprensibile dato che il commercio è la linfa della globalizzazione. Ma la strategia dell’“occhio per occhio dente per dente”, con uno schiaffo ulteriore all’orgoglio “America First”, ha dei difetti di forma e di sostanza. Nella forma mirare ai miti americani vuol dire sparare un colpo a salve nel passato: prodotti, marchi e costumi che hanno rappresentato oltre mezzo secolo di American way of life stanno entrando in agonia. Nel 2017 le vendite di Harley-Davidson sono calate in America e nel mondo ed entro i prossimi diciotto mesi presenterà una moto elettrica (con tanti saluti al rombo caro agli aspiranti “easy rider”). I giovani americani non indossano più i jeans. Sono leggins e pantaloni da yoga a fare tendenza. Levi Strauss è in crisi e cucirà i denim con robot laser. Per non parlare di altri miti come Coca-Cola che lancerà la sua prima bevanda alcolica in Giappone, il Chu-Hi, un distillato di shochu e acqua gassata aromatizzata: una scelta obbligata per non cedere al calo decennale delle vendite di bibite gassate. Al netto della forma fuori moda, la rappresaglia di Bruxelles ricalca una tattica che in passato ha funzionato ma che, oggi, con un personaggio come Trump, rischia di aumentare la tensione. Nel marzo del 2002 George Bush minacciò una guerra dell’acciaio, ma rinunciò subito di fronte a contromisure europee che avrebbero raddoppiato i prezzi di succhi di frutta, T-shirt e slip americani.

 

La stessa tattica di Bruxelles con Trump potrebbe non avere effetto. Una serie di suoi commenti dai toni protezionistici hanno motivato vendite sulla Borsa americana con riverberi internazionali – il tema dazi è più preoccupante per gli analisti rispetto all’exploit dei partiti populisti alle elezioni italiane a due giorni dal voto. “Le guerre commerciali sono buone, e sono facili da vincere”, aveva twittato Trump. In risposta alle minacce europee Trump ha poi detto che potrebbe imporre dazi sulle auto importate dal Vecchio continente. D’altronde sarebbe l’applicazione della legge del taglione, anche in questo caso, dato che l’Europa già impone una tassa del 10 per cento sulle automobili prodotte negli Stati Uniti. Anche in Italia lo stile trumpiano ha appeal sulla Lega sovranista di Matteo Salvini, il partito più votato dopo il Movimento 5 stelle: se diventerà premier ha detto che metterà i dazi come Trump. Senza contare che un stato membro non può mettere dazi unilaterali perché la politica commerciale è potere esclusivo dell’Ue, non c’è niente di più anti patriottico di una qualsiasi tassa sul commercio. A ogni latitudine significa che i consumatori compreranno prodotti a un costo più alto di quanto pagherebbero altrimenti e andrebbero a sussidiare imprese inefficienti perché sono tenute in vita grazie alla eliminazione artificiosa della concorrenza internazionale: il sistema è indebolito. Un’escalation incontrollata di rappresaglie europee e contro-rappresaglie americane potrebbe poi allargare il paniere di beni colpiti, come abbigliamento e alimentare, che sono preponderanti nell’export italiano verso gli Stati Uniti.

 

Le guerre commerciali, si sa, non portano mai nulla di buono perché è impossibile dire quando (e come) si fermeranno. Nel 1930 l’Amministrazione Hoover in una notte alzò del 60 per cento i dazi su oltre 20.000 prodotti stranieri. Canada, Francia, Impero britannico, Italia e Germania risposero con contromisure protezioniste. Benito Mussolini per rappresaglia fece distruggere auto americane. In tre anni import ed export degli Stati Uniti crollarono del 60 per cento circa. Mussolini per vendetta si avvicinava all’Unione Sovietica e in Germania Weimar lasciava il posto a Hitler. Roosevelt smantellò i dazi nel 1934, appena eletto. Era già troppo tardi, forse.

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