Quando una privatizzazione italiana fa successo all’estero

Alberto Brambilla

Berlino. In seguito al crollo del Muro il cancelliere tedesco, Helmut Kohl, e il presidente russo, Boris Eltsin, si accordarono affinché la Germania spendesse 9-10 miliardi di marchi per trasportare i soldati russi e i loro equipaggiamenti bellici, carri armati compresi, fuori dal territorio tedesco costruendo case e uffici per gli ufficiali in Russia, Bielorussia e Ucraina. Kohl aveva a però molto a cuore le sorti della depauperata industria chimico-farmaceutica nazionale, un settore trainante e all’avanguardia da oltre un secolo, e chiese a Eltisin di investire un miliardo nei successivi tre anni e mezzo sulla Berlin-Chemie, una fabbrica ad Adlershof, a sud della capitale tedesca, la cui intera produzione durante il periodo della Cortina di ferro era diretta interamente in Unione sovietica con treni merci.

 

L’enorme complesso manifatturiero, ora in larga parte dismesso nella parte antica, un monumento di archeologia industriale in via di demolizione, ha una storia centenaria. Nasce nel 1927, prima della Seconda guerra mondiale, come società per azioni, la Schering-Kahlbaum (cambierà nome dopo la guerra, diventando Schering volkseigener Betrieb, società pubblica, del popolo) che poi si divide gemmando la Berlin-Chemie. Nel 1937 un dirigente della Schering, Hans Bie, informò la Cia americana della personalità instabile di Adolf Hitler – “il più pazzo criminale che il mondo avesse mai visto” – riferendo le parole del medico personale del Führer, le cui vicende, a cavallo con lo sviluppo della farmaceutica europea, sono documentate nel libro-inchiesta “Tossici - L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista” di Norman Ohler (Rizzoli, 2017).

 

Il presidente russo Eltsin non rispettò fino in fondo i patti con il “cancelliere della riunificazione” – com’è stato ricordato Kohl dalla stampa al suo decesso il 16 giugno scorso – e la Berlin-Chemie, con i suoi quasi cento anni di storia e di scoperte, venne messa a gara tra ottanta società estere nel contesto di un processo di privatizzazioni su larga scala avviate dallo stato federale tedesco per tutte le società dell’ex Repubblica democratica. Mentre negli stessi anni in Italia si procedeva a privatizzare le partecipazioni dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri), a vincere il beauty-contest in Germania fu Menarini, guidata dal patron Alberto Sergio Aleotti (1923- 2014), che da dipendente aveva fatto carriera diventando proprietario e contribuendo a creare quella che ora è la principale multinazionale farmaceutica italiana.

 

Per esempio nel 2014 il fatturato di Menarini, con sede a Firenze da inizio Novecento, eguagliava (con 3,3 miliardi di euro) quello di altre aziende made in Italy famo se nel mondo come Barilla (3,3) e Prada (3,6) e che negli ultimi sei anni ha versato oltre 2 miliardi di euro nelle casse dello stato italiano e 10 miliardi in stipendi ai dipendenti.

“Nel 1992 siamo riusciti a unire l’ingresso nel mercato tedesco a quello in tutti i mercati dell’est Europa”, dice Attilio Sebastio, Cfo di Berlin-Chemie Menarini. “Siamo riusciti a convincere che non avremmo dismesso oppure fatto cherry picking delle parti più interessanti del gruppo bensì avremmo investito in questi mercati sviluppando la parte industriale e commerciale e modificando la gestione ‘sovietica’ dei con- tratti: non c’erano contatti con i medici, i grossisti, né un piano di marketing e i pro- dotti venduti non erano tecnologicamente avanzati”, dice Sebastio, di origini tarantine, a Berlino da vent’anni.

 

Negli anni Berlin-Chemie Menarini è cresciuta in trentuno paesi dell’ex blocco sovietico, dalla Germania al Kazakhstan passando per la Polonia, quintuplicando il numero dei dipendenti (1.268 nel ’92 a 5.987 nel 2017), soprattutto nei mercati extra-tedeschi con addetti alla informazione scientifica e marketing. Le vendite sono passate da 132 milioni dopo l’acquisizione a 1,6 miliardi circa quest’anno. La principale fonte di ricavi in Germania sono i prodotti anti-diabetici, la quota di vendite maggiore, seguiti da farmaci cardiovascolari che escono in 900 pastiglie al minuto da una catena di montaggio automatizzata. “Ci sono state trentasei privatizzazioni nella Germania est dal 1989 ma quella di Menarini è quella che ha funzionato meglio e ha avuto maggiore successo”, dice al Foglio il ceo di Berlin-Chemie Menarini Reinhard Uppenkamp. “Siamo stati fortunati ad avere potuto lavorare con una azienda famigliare italiana. Dopo il crollo del Muro avevamo difficoltà a reperire materie prime e avevamo necessità di una pianificazione di lungo periodo che non sarebbe stata concessa da società anglosassoni o americane. Noi non abbiamo scadenze trimestrali, pensiamo in termini di decenni. Aleotti invece ha avuto questa visione e pazienza, diceva che avrebbe avuto successo in questo grande mercato. Ci sono voluti vent’anni ma ha avuto ragione”, dice Uppenkamp. Nel 2005 il presidente della Repubblica federale di Germania, Horst Köhler, conferì ad Aleotti la Grossez Verdienstkreutz, una importante onorificenza per “alti meriti”.

“Vede – conclude Uppenkamp indicando una torre con i vetri a specchio al centro del complesso – quello è uno degli edifici più vecchi qui dentro, in quelli nuovi ci sono i giovani ricercatori, noi, che siamo come i padri, stiamo lì. L’idea è di essere come una famiglia”.

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